mercoledì 8 agosto 2012
LA VENDETTA E' UN PIATTO CHE VA SERVITO FREDDO
2 September 1891
Poulton-le-Fylde, Wednesday
Mia cara Marchesa,
vi invio questa mia a suggello del nostro primo pomeriggio insieme. Vi prego di scusare la mia temerarietà, ma ho dato precise istruzioni al mio servitore di consegnarla esclusivamente nelle vostre preziose mani. Ah le vostre mani! Mai, nella mia vita, avevo avuto modo di apprezzare siffatta morbidezza, mai quel velluto sulla mia carne addolcita da un’unica inconsueta cedevolezza femminile.
Madame, la vostra fama era già ben nota in tutta la contea del Lancashire e la vostra eccellenza aveva di gran lunga superato i confini della nostra amata terra, avvolgendosi di un alone d’afrodisiaco mistero e d’inusitato fascino. Mai avrei immaginato che quel passaparola di bocca in bocca, d’albero in albero, di fiore in fiore avesse riportato così fedelmente le vostre doti, le vostre grazie così genuflesse e così superbe al cospetto del nostro vizioso ardire nel fine ultimo del solenne e appagante godimento reciproco.
Mentre vi scrivo mi par ancora di sentire le vostre parole esperte, dissolute d’amore, i silenzi delle pause sospese, il profumo licenzioso del vostro seno, le essenze lascive dei vostri copiosi orgasmi al sapore denso e corposo di frutta esotica.
Mia cara marchesa, in questo preciso istante sto annusando i miei polpastrelli, il dorso della mia mano alla ricerca insperata di tracce di quell’effluvio che, se non fosse un’uggiosa giornata di inizio Settembre, crederei davvero di essere tra i germogli ed i peschi in fiore di un Aprile alle porte.
Guardo dalla finestra e ammiro ancora il vostro viso apparire, scontornato tra le foglie delle grandi magnolie, degli arbusti umidi sempre verdi che al vento cedono alle sfumature grigie dell’orizzonte, alle moltitudini di tonalità di un tardo pomeriggio, all’imbrunire. Seguo con il dito indice il vostro profilo dolcemente increspato al piacere e mi sembra impossibile averlo condiviso dietro queste tende che ondeggiavano leggere alle carezze degli spiri autunnali dentro questa alcova, sopra quella seta di pelle e lenzuola.
Mi guardo allo specchio, trattengo il respiro e non ho timore di dirvi che in un impeto animalesco di maschio mi sento orgoglioso di essere stato l’artefice di quei continui sussulti che ancor ora riecheggiano distinti tra queste pareti.
Mia cara marchesa,
avverto un impercettibile sgomento nel vostro cuore, non vi preoccupate, i patti sono patti, e vi prego di credermi, non mi sto innamorando di voi, ma non posso fare a meno di pensare al prossimo incontro che, se dipendesse solo dalla mia persona, sarebbe già avvenuto o quanto meno prossimo, lungo queste ore che volgono all’incupire di una sera che ahimè passerò in assenza della vostra gradita compagnia.
Lo so, lo so che sono passate solo alcune ore, come so che dovrò pazientare per riavervi, perché altri contendenti sono già in tacita coda, muta e fremente, in attesa di un vostro cenno, di un vostro fugace capriccio che ne sentenzi e ne regoli l’umore e le voglie.
Fate attenzione Madame, anche se so che la vostra proverbiale accortezza non ha bisogno di consigli! In giro ci sono molti millantatori che si vantano di ricchezze, titoli e terre che non hanno mai posseduto, ma per avervi, per portarvi fra le loro vane lenzuola, sono disposti a giocarsi l´onore e la reputazione.
Conosco le vostre momentanee difficoltà finanziarie e sarei onorato di poter accettare ogni vostra richiesta. Perdonatemi se ne faccio cenno, ma sappiate che il vostro corpo, la vostra sensualità valgono molto più delle mille ghinee pattuite e che volentieri raddoppierei la somma per farvi comprendere tutto il mio interesse.
So che siete sposata, che siete madre di due maschi poco più che adolescenti e nel mio cuore immagino quanto ogni giorno vi spendiate affinché la conoscenza della vostra condotta non travalichi quei letti che magicamente scaldate.
Vi prego di rispondermi a breve e di avanzare per lettera la richiesta di quel favore, solo accennato per mancanza di tempo, e sarò ben lieto di esaudire ogni vostra preghiera, voglia o capriccio che sia.
Vostro George
Duca di Rutiland
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Poulton-le-Fylde, Wednesday
Caro Duca di Rutiland,
quelle ore le ricordo ben volentieri, ma, mi perdoni, non è una missiva che possa suggellare quell’incontro. Spero a breve di rendermi nuovamente disponibile in modo da fortificare nelle nostre carni quelle sensazioni ancora vive.
Anche la vostra fama era giunta alle mie orecchie e piacevolmente ho avuto modo di riscontrare le vostre doti di amante davvero inconsuete in tutta la contea di Essex.
Come voi ben sapete, i doveri di madre e la cura maniacale dell’etichetta di mio marito Maurice non mi consentono di essere pienamente libera di muovermi esaudendo solo le mie esigenze. La tacita e fremente coda non sarebbe un ostacolo ed i vostri generosi doni annullerebbero la maggior parte dei miei impegni o li collocherebbero nel giusto ordine.
Guardo anch’io fuori dalla finestra la sterminata landa uggiosa e sento tangibile l’odore delle grandi magnolie e della nebbia che penetrava leggera nella vostra stanza e magicamente faceva da culla e da nuvola alle nostre effusioni in balia della nostra passione. M’illudo di scorgere oltre la grande siepe che divide i nostri domini, la sua casa e la finestra di quella stanza dove a breve, non temiate, saprò essere nuovamente il vostro desiderio fatto di carne e di forma, fatto di femmina che tanto e tanto avete magicamente e sorprendentemente apprezzato nonostante la mia età sia di gran lunga più esperta delle tante fanciulle che allietano i vostri giorni.
Mi sembra ora di vedere il vostro ghigno di disapprovazione, ma non temete mio caro Duca, sono io ad essere orgogliosa per aver potuto conoscere la vostra casa, la discreta e zelante servitù e soprattutto la vostra euforia al cospetto della mia persona. Sarà ben difficile dimenticare la vostra espressione di giubilo alla vista delle mie trasparenze e l’impazienza delle vostre dita incredule che indugiavano sulla mussolina e il pizzo.
Ho notato anch’io un coinvolgimento che andava oltre i nostri ruoli, il nostro patto, e non c’è pudore da parte mia, chiamarlo amore o comunque voi vogliate.
Non c’è indecenza sentirlo se, mio caro Duca, è inteso come desiderio di essere irresistibilmente desiderati oltre qualsiasi convenzionale morigeratezza. Voi lo avete fatto ed io ripagherò presto la vostra esuberanza, l’abbondanza dei vostri gesti, ricchi e dotti d’esperienza vissuta.
Mio caro Duca, le mille ghinee erano il giusto dono per entrare nelle mie grazie, ma voi ben sapete che la mia richiesta aveva una premura più impellente. Orbene, vista la delicatezza dell’argomento, sarà mia cura spiegarvi in sintesi la mia richiesta, rimandando ad un successivo incontro la cura dei dettagli che tanto amate. Per ora consegnerò al vostro servitore queste poche righe.
Seguirà altra mia.
Con affetto
Clotilde Anyworth
Marchesa di Essex
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Poulton-le-Fylde, Wednesday
Mia cara marchesa Clotilde,
anche a me fa piacere chiamarlo amore perché noi siamo certi che l’amore che vantiamo come la causa dei nostri piaceri, non è in realtà che il pretesto per l’abbandono delle nostre carni, desiderose di una coltre di sentimento che veli la vera essenza dell’istinto e rechi con sé quella leggiadria che effimera ci investe ogni qualvolta la passione arma la mano dell’attrazione. E non ci sono vittime e carnefici quando la chiarezza del letto scontorna le ambiguità della sfera affettiva lasciando all’impulso l’intero campo di battaglia.
Chiedo il vostro perdono madame, se mi sono lasciato andare a questa breve riflessione che libera il campo da qualsiasi altra mira se non le mille ghinee e la voglia del maschio di nuovo intatta.
Non vi nascondo che ora, al cospetto della penombra di questo meraviglioso giorno ormai alla fine e in barba all'effervescenza di qualsiasi altra giovane donna, la tensione del mio corpo prende la sola direzione di sud-ovest e con euforica vigoria si ferma al primo piano della vostra incantevole casa, le vostre colonne neoclassiche di vittoriano stampo, i vostri appartamenti affacciati sulle conifere sempreverdi, dove ora credo voi stiate scrivendo.
Domani sarà luna nuova e dalla mia terrazza vedo nitidamente l’alone che tondo ospiterà notte dopo notte le biancastre forme morbide e sensuali. Ecco madame, seppure dovessi aspettare ventotto giorni, mi accontenterei di una sua parola che marcasse sul nostro calendario la certezza di un giorno.
Aspetto con impazienza vostre nuove.
Con smisurata devozione Vostro George
Duca di Rutiland
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