mercoledì 8 agosto 2012
IL MESTIERE ANTICO Settecento & Ottocento
Le malattie
La coda lunga del controllo del fenomeno, perennemente in bilico tra tolleranza e proibizione, investe anche il settecento. Le forti rimostranze dei gruppi religiosi spostano l’obiettivo ponendo l’accento specialmente sulla diffusione della sifilide e delle malattia veneree in genere. In molti centri cittadini le autorità ordinarono la chiusura delle case. Un'ordinanza parigina prevedeva che le prostitute venissero flagellate, rasate e bandite a vita, senza alcun processo formale.
Naturalmente le misure restrittive non debellarono del tutto né la prostituzione né le malattie veneree. Anzi con l’espansione dei centri urbani collegati all’industrializzazione dell’Europa assistiamo ad un forte sviluppo e nel contempo all’inefficacia delle misure restrittive.
La Prussia fu il primo paese europeo, nel 1700, ad adottare una nuova politica contro la prostituzione e le malattie: il sistema di controllo che venne varato rendeva obbligatori l'autorizzazione delle case di tolleranza, la schedatura delle loro pensionanti e i controlli sanitari. Ben presto altri paesi seguirono l'esempio.
Il governo austriaco tentò di arginare il fenomeno condannando le donne tramite un pubblico processo alla pena del taglio dei capelli e di ripulire le strade dove esercitavano il mestiere, quindi da prostitute a netturbine.
Gli studi di criminologia dell’ottocento definirono la prostituta come l'equivalente femminile del criminale: "Le caratteristiche fisiche e morali del delinquente appartengono allo stesso modo alla prostituta e c'è una grande concordanza tra le due categorie. Entrambi sono collegati a tendenze organiche ed ereditarie".
Gran Bretagna
La Gran Bretagna rese obbligatoria la visita medica alle prostitute che lavoravano nelle zone portuali e militari. Tale misura diede luogo ad una sorta di “sesso sicuro ed affidabile” per cui circoscrisse il fenomeno relegandolo in zone ben identificate. La nascita di questi "quartieri a luci rosse" fortificavano la concezione che le prostitute fossero un "male necessario” sempre che non varcassero certi confini e non importunassero gente rispettabile.
Di pari passo fin dalla metà del 700 nacquero case di ricovero che si occupavano di riabilitare le prostitute. Questi ospizi gestiti in prevalenza da religiosi videro una grande esplosione dopo la metà dell’Ottocento.
L’idea del quartiere dedicato aveva in qualche modo circoscritto la prostituzione ma non la diffusione delle malattie contagiose per cui il Parlamento approvò una serie di misure volte a forzato controllo medico. Alle forze di polizia erano concessi poteri straordinari per identificare e registrare prostitute, costrette a subire ispezioni corporali obbligatorie. Le donne che rifiutavano di sottoporsi volontariamente potevano essere arrestate, portate davanti a un magistrato e identificate come prostitute. La schedatura ad esclusivo giudizio della polizia scatenava evidenti ingiustizie sotto forma di soprusi e ricatti. Solo a fine secolo una serie di emendamenti misero fine all’ingiustizia, grazie all’attivismo di Josephine Butler leader femminista e pioniera dei diritti civili.
La legge sul divorzio introdotta nel 1857 consentì ad ogni uomo di divorziare dalla propria moglie per adulterio, ma viceversa una donna poteva divorziare dal marito adultero solo se l'adulterio si associava alla crudeltà. L'anonimato della città portò ad un notevole aumento della prostituzione e delle relazioni sessuali illegittime.
Il dal Censimento del 1851 evidenziò lo squilibrio demografico con un 4% in più di donne rispetto agli uomini, quindi su una popolazione di 18 milioni di abitanti, almeno 750.000 donne di cui 8.600 nella sola Londra erano schedate come prostitute.
Italia
Al contrario della Francia dove la prostituzione era regolata da rigide e ferree misure in Italia nessuno si preoccupava di controllare i bordelli. Solo nel 1859 Camillo Benso conte di Cavour emise un decreto che autorizzava l'apertura di "case" in Lombardia sotto controllo diretto dallo Stato. La legge venne fatta più per un favore all’alleato francese che per dovere di regolare il fenomeno in quanto Napoleone III, in occasione dell’appoggio ai piemontesi contro gli austriaci si preoccupò che la sua truppa avesse bordelli a disposizione.
Tale decreto segna di fatto la nascita delle "case di tolleranza" (tollerate dallo Stato) in Italia seguito nel 1860 da una legge più in dettaglio che regolava la modalità di apertura di una casa, le imposte, il controllo igienico e le tariffe che al tempo andavano dalle 5 lire per le case di lusso alle 2 lire per le case popolari (cifre comunque alte se si pensa che la paga giornaliera di un operaio ammontava a 3 lire). La preoccupazione del legislatore fu quella di non trasformare le case in luoghi troppo attraenti ma di concepirle nell’esclusivo utilizzo di erogazione di servizi legati al sesso per cui fu vietata la vendita di cibo, bevande o l’organizzazione di feste e balli e quant’altro. Era inoltre vietata l'apertura delle medesime in prossimità di luoghi di culto, asili e scuole e, soprattutto, le persiane della casa dovevano restare sempre chiuse. Ecco il perché del nome "case chiuse".
Alcuni anni dopo la legge del 1860 fu emendata e allo scopo di favorire il sesso nelle case chiuse rispetto alla prostituzione libera vennero abbassate le tariffe, ridotte fino a 1 lira (50 centesimi per i militari e 70 centesimi per i sottufficiali) per le case popolari.
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