mercoledì 8 agosto 2012

IL MESTIERE ANTICO Novecento

Il fenomeno inalienabile Indipendentemente dalle varie legislazioni in Europa e nel mondo, la prostituzione, è considerata un fenomeno inalienabile, concepita come comportamento individuale lecito. Di contro viene comunemente condannato lo sfruttamento organizzato. Nel 1949, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la “Convenzione per la soppressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione altrui”, affermando che la prostituzione forzata è incompatibile con la dignità umana, richiedendo a tutte le parti coinvolte di punire i protettori e i proprietari dei bordelli e gli operatori e di abolire tutti i trattamenti speciali o la registrazione delle prostitute. La convenzione fu ratificata da 89 paesi ma la Germania, i Paesi Bassi e gli Stati Uniti non parteciparono. Italia Nei primi anni del nuovo secolo e soprattutto con l’avvento della cultura fascista i bordelli (chiamati così perché situati ai bordi delle città) diventano icone di virilità e celebrazione del maschio. Il funzionamento delle case chiuse era molto semplice. La tenutaria generalmente ex prostituta, reclutava le "pensionanti". Generalmente rimanevano quindici giorni. Prendevano il 50% della marchetta, il resto andava alla tenutaria. Il numero delle prestazioni giornaliere di ciascuna prostituta si aggirava attorno alla quarantina e il pagamento era sempre anticipato. Le ragazza dovevano essere titolari di un libretto sanitario, in assenza del quale non era possibile lavorare. Le visite mediche erano frequenti, in caso di riscontro di malattia l'interruzione dell'attività era immediata. Le ragazze attendevano nei salottini in attesa che qualcuno le scegliesse. Non potevano rifiutarsi. L’attività era concentrata particolarmente nel pomeriggio e la sera. Le case chiuse furono definitivamente chiuse nel 1958 quando entrò in vigore la legge Merlin. Questa legge, secondo la sua ideatrice, si proponeva il lodevole scopo di ridare dignità alle donne, di cancellare la vergogna dello Stato imprenditore delle donne schiave, di mettere un freno alla prostituzione. Fu vietato quindi lo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione, ma non la prostituzione stessa in quanto fatto privato. Il 20 settembre 1958 furono chiuse ben 560 case d’appuntamenti con oltre 3300 posti letto frequentate ufficialmente da 2705 ragazze registrate come prostitute professionali che contribuivano ad un fatturato totale di circa 15 miliardi di vecchie lire. La prostituzione quindi non viene considerata un reato ma un comportamento individuale lecito fino a quando nel 2002 il governo di centro-destra con un disegno di legge ha proposto di cambiare la legge Merlin a causa dell’aumento delle prostitute nelle strade. La legge prevede sanzioni fino a 4mila euro per il cliente e fino a 1.000 euro più l'arresto da 5 a 15 giorni per le prostitute. Di fatto la prostituzione torna ad essere illegale. Negli ultimi anni vi è la tendenza a esercitare l’attività con clienti abituali nelle abitazioni private dove è maggiore la percezione di sicurezza, fuori da ogni logica di sfruttamento. Con l’avvento della immigrazione straniera la maggior parte continua a battere il marciapiede raccogliendo in strada i clienti. Si tratta generalmente di prostitute provenienti dall’Africa (in particolare Nigeria), dall’Est Europa e donne cinesi in condizione di clandestinità. Secondo una recente indagine le professioniste del sesso sono oltre 50.000 (cifra per difetto che non comprende almeno il doppio sfuggito ai controlli e le infinite strade del multimediale) quasi tutte donne (94%). Si calcola che solo a Roma e Milano siano presenti ogni notte almeno seimila ragazze. Il 20 per cento ha meno di 18 anni. Il 10 per cento è costretta dietro minaccia a svolgere questo mestiere. Il 65 per cento di chi vende il proprio corpo lavora sulla strada. 9 milioni sono i loro clienti di cui il 70 per cento coniugati. Chi va con una prostituta, afferma di farlo per solitudine o per difficoltà a instaurare rapporti con l’altro sesso. L'80 per cento chiede rapporti non protetti (quasi il 45 per cento viene soddisfatto dalla richiesta) quindi il rischio di contrarre malattie è molto elevato anche perchè il 12 per cento delle prostitute è sieropositivo. Nei Paesi Esteri Nella maggior parte dei paesi dove la prostituzione è criminalizzata, chi si prostituisce viene arrestato e perseguitato più dei clienti In particolare nei paesi musulmani, la prostituzione è sanzionata con la "pena di morte"; mentre in altri sono illegali l'adescamento e lo sfruttamento. In altri ancora è completamente legalizzata, ad esempio nei Paesi Bassi i bordelli possono farsi pubblicità ed agire in regime di concorrenza offrendo più qualità e servizi. In altri invece è illegale comprare servizi sessuali, ma è legale vendere servizi sessuali. Nei paesi del terzo mondo spesso quest’attività costituisce la sola via d'uscita da una condizione di miseria. In Europa In Belgio la prostituzione è legale dal 1945, ma viene perseguita qualora turbi l’ordine pubblico. Le case chiuse sono vietate come anche lo sfruttamento e il favoreggiamento. Le prostitute e i clienti non sono perseguibili per legge. Nella maggior parte dei casi, la prostituzione viene esercitata in club, bar a luci rosse, case private e vetrine sulla strada. Qui le prostitute vengono registrate dagli uffici del fisco in qualità di lavoratrici autonome, possono godere di assistenza sociale e pagano le tasse. In Bulgaria la prostituzione in se è legale, ma la maggior parte delle attività collegate sono fuorilegge. In Danimarca la prostituzione è legale ma non è regolata, è prevalentemente svolta nei cosiddetti “saloni per massaggi”. In Francia vige una legge del 1946 che rese illegali le case di tolleranza e lo sfruttamento, ma non la prostituzione, considerata, da una legge del 2003, “attività che viola la tranquillità e l'ordine pubblico”. I clienti sono puniti con due mesi di prigione e 3.750 euro di multa. In Germania la prostituzione è riconosciuta come un vero e proprio lavoro. Le case chiuse legalizzate. Le lavoratrici del sesso godono di garanzie assicurative in materia di malattia, disoccupazione e pensione. L’orario è regolamentato (5 giorni a settimana), come le ferie (un mese l’anno) e nessun obbligo di prestazioni sessuali non volute. Il favoreggiamento è stato depenalizzato mentre è punito lo sfruttamento. In Gran Bretagna la prostituzione non è illegale tranne le attività di adescamento e sfruttamento. Le case di appuntamento sono illegali. Per problemi relativi ai controlli sanitari, si calcola che il 95% delle 80mila prostitute sia tossicodipendente, si sta valutando l’ipotesi di creare quartieri a luci rosse o la riapertura delle case chiuse. In Grecia la prostituzione è legale, per svolgere l’attività, occorre obbligatoriamente iscriversi in appositi registri statali. L’autorizzazione viene concessa da strutture sanitarie. L’esercizio è consentito nelle strade e in alcune aree cittadine. In Irlanda la prostituzione è considerata un reato, non esistono case chiuse e la legge prevede multe o arresto sia per le prostitute che per i clienti. In Norvegia è illegale comprare servizi sessuali, ma è legale vendere servizi sessuali. In Olanda la prostituzione è legale fin dal 1815. E’ considerata una normale professione. Si può lavorare anche all’aperto in determinate zone. Le prostitute in regola pagano le tasse sulle loro entrate, hanno periodici controlli medici. Si prostituiscono in appartamenti ed esistono interi quartieri a luci rosse. Ad Amsterdam è celebre il quartiere con le donne in vetrina. In Spagna la prostituzione è tollerata. L’attuale codice penale punisce solo l’adescamento. La legalizzazione delle case chiuse e quindi l’emanazione di misure sanitarie con controlli frequenti ha ridotto al minimo la prostituzione per strada. Si stima che in tutto il Paese le prostitute si aggirino intorno alle 500mila. In Svezia dal 1999 è entrata in vigore una legge volta a proteggere la donna. Sono previste pene severe per lo sfruttamento della prostituzione e per chi affitta camere e locali usati per la prostituzione. In Svizzera la prostituzione è legale dal 1942. Può esercitare la professione chi ha raggiunto la maggiore età (16 anni) e chi possiede un regolare permesso di soggiorno. Viene punito invece chi promuove la prostituzione e lo sfruttamento di atti sessuali. Nel mondo In alcuni stati dell’Australia qualsiasi persona di età superiore ai 18 anni può offrire prestazioni sessuali in cambio di denaro. Una persona che desideri svolgere l'attività di prostituta può richiedere una regolare licenza di esercizio. In Brasile la prostituzione in proprio è legale, ma guadagnare dalla prostituzione altrui è illegale. In Canada, la prostituzione in sé è legale, ma anche in questo caso la maggior parte delle attività collaterali non lo sono. Non è legale ad esempio vivere esclusivamente di prostituzione senza essere di alcuna utilità alla società ed è illegale inoltre (per ambo le parti) negoziare in un luogo pubblico, (incluso nei bar). La Corte Suprema Canadese ha stabilito nel 1978 che, per essere condannati per adescamento, l'atto deve essere “pressante e persistente”. In Giappone il sesso a pagamento non è illegale ma ci sono dei limiti: la prostituzione vaginale, ad esempio, è vietata dalla legge, mentre il sesso orale a pagamento è permesso. Colei che lo compie non è considerata affatto una prostituta. L’attività si svolge in appositi saloni del sesso chiamati “love hotel”. Si calcola che oltre un milione di ragazze svolgano regolarmente l’attività. I giapponesi considerano il sesso a pagamento un’esperienza collettiva da vivere in particolar modo con i colleghi di lavoro. In Nuova Zelanda è in vigore una legge del tutto simile a quella olandese. Negli Stati Uniti il sesso a pagamento è illegale. Le misure di repressione cambiano da Stato a Stato con esclusione del Nevada dove l’esercizio è consentito unicamente in determinate strutture. In Thailandia la prostituzione è illegale e fortemente repressa al fine di scongiurare il turismo sessuale e lo sfruttamento dei minori. In Turchia la prostituzione di strada è legale, così come la prostituzione nei bordelli regolati dal governo. Tutti i bordelli devono avere una licenza così come la devono avere tutte le lavoratrici. Cinema e Novecento Ampia documentazione del fenomeno è riscontrabile nella produzione cinematografica di questo secolo. Nel film "Roma" di Federico Fellini descrive minuziosamente la vita in due bordelli, uno popolare e l'altro lussuoso. Nei film "La Romana" e "Ieri, oggi e domani" sia la Lollobrigida che la Loren rappresentano figure di prostitute protagoniste. All'estero spiccano "Casco d'oro", con la Signoret e "Bella di giorno", con Catherine Deneuve, una moglie borghese insoddisfatta, che cerca di liberarsi dalle frustrazioni prostituendosi tutti i giorni dalle 2 alle 5 E poi ancora il francese "Quell'oscuro oggetto del desiderio" di Bunuel, l’inglese "Ballando con uno sconosciuto", l’americano "Whore-Puttana" e i film tedeschi di Fassbinder… E poi ancora. Commedie: Irma la dolce, Colazione da Tiffany. Film drammatici: Mamma Roma, Rocco e i suoi fratelli, Adua e le compagne, Filumena Marturano, Le notti di Cabiria, Un uomo da marciapiede, In nome del popolo italiano, Film d'amore e d'anarchia, Belli e dannati, Monster, Pretty Baby, Proposta indecente, Taxi Driver, Via da Las Vegas, Human Trafficking, La sconosciuta, "The Girlfriend Experience", Irina Palm - Il talento di una donna inglese. Film romantici: Pretty woman, Moulin Rouge!, Questa è la storia della mia vita, Belle tout jour, seguito di Bella di giorno di M. De Oliveira, La viaccia, Lola, donna di vita, Ballando con uno sconosciuto, Paprika, Mai di domenica, Cheri.

IL MESTIERE ANTICO Settecento & Ottocento

Le malattie La coda lunga del controllo del fenomeno, perennemente in bilico tra tolleranza e proibizione, investe anche il settecento. Le forti rimostranze dei gruppi religiosi spostano l’obiettivo ponendo l’accento specialmente sulla diffusione della sifilide e delle malattia veneree in genere. In molti centri cittadini le autorità ordinarono la chiusura delle case. Un'ordinanza parigina prevedeva che le prostitute venissero flagellate, rasate e bandite a vita, senza alcun processo formale. Naturalmente le misure restrittive non debellarono del tutto né la prostituzione né le malattie veneree. Anzi con l’espansione dei centri urbani collegati all’industrializzazione dell’Europa assistiamo ad un forte sviluppo e nel contempo all’inefficacia delle misure restrittive. La Prussia fu il primo paese europeo, nel 1700, ad adottare una nuova politica contro la prostituzione e le malattie: il sistema di controllo che venne varato rendeva obbligatori l'autorizzazione delle case di tolleranza, la schedatura delle loro pensionanti e i controlli sanitari. Ben presto altri paesi seguirono l'esempio. Il governo austriaco tentò di arginare il fenomeno condannando le donne tramite un pubblico processo alla pena del taglio dei capelli e di ripulire le strade dove esercitavano il mestiere, quindi da prostitute a netturbine. Gli studi di criminologia dell’ottocento definirono la prostituta come l'equivalente femminile del criminale: "Le caratteristiche fisiche e morali del delinquente appartengono allo stesso modo alla prostituta e c'è una grande concordanza tra le due categorie. Entrambi sono collegati a tendenze organiche ed ereditarie". Gran Bretagna La Gran Bretagna rese obbligatoria la visita medica alle prostitute che lavoravano nelle zone portuali e militari. Tale misura diede luogo ad una sorta di “sesso sicuro ed affidabile” per cui circoscrisse il fenomeno relegandolo in zone ben identificate. La nascita di questi "quartieri a luci rosse" fortificavano la concezione che le prostitute fossero un "male necessario” sempre che non varcassero certi confini e non importunassero gente rispettabile. Di pari passo fin dalla metà del 700 nacquero case di ricovero che si occupavano di riabilitare le prostitute. Questi ospizi gestiti in prevalenza da religiosi videro una grande esplosione dopo la metà dell’Ottocento. L’idea del quartiere dedicato aveva in qualche modo circoscritto la prostituzione ma non la diffusione delle malattie contagiose per cui il Parlamento approvò una serie di misure volte a forzato controllo medico. Alle forze di polizia erano concessi poteri straordinari per identificare e registrare prostitute, costrette a subire ispezioni corporali obbligatorie. Le donne che rifiutavano di sottoporsi volontariamente potevano essere arrestate, portate davanti a un magistrato e identificate come prostitute. La schedatura ad esclusivo giudizio della polizia scatenava evidenti ingiustizie sotto forma di soprusi e ricatti. Solo a fine secolo una serie di emendamenti misero fine all’ingiustizia, grazie all’attivismo di Josephine Butler leader femminista e pioniera dei diritti civili. La legge sul divorzio introdotta nel 1857 consentì ad ogni uomo di divorziare dalla propria moglie per adulterio, ma viceversa una donna poteva divorziare dal marito adultero solo se l'adulterio si associava alla crudeltà. L'anonimato della città portò ad un notevole aumento della prostituzione e delle relazioni sessuali illegittime. Il dal Censimento del 1851 evidenziò lo squilibrio demografico con un 4% in più di donne rispetto agli uomini, quindi su una popolazione di 18 milioni di abitanti, almeno 750.000 donne di cui 8.600 nella sola Londra erano schedate come prostitute. Italia Al contrario della Francia dove la prostituzione era regolata da rigide e ferree misure in Italia nessuno si preoccupava di controllare i bordelli. Solo nel 1859 Camillo Benso conte di Cavour emise un decreto che autorizzava l'apertura di "case" in Lombardia sotto controllo diretto dallo Stato. La legge venne fatta più per un favore all’alleato francese che per dovere di regolare il fenomeno in quanto Napoleone III, in occasione dell’appoggio ai piemontesi contro gli austriaci si preoccupò che la sua truppa avesse bordelli a disposizione. Tale decreto segna di fatto la nascita delle "case di tolleranza" (tollerate dallo Stato) in Italia seguito nel 1860 da una legge più in dettaglio che regolava la modalità di apertura di una casa, le imposte, il controllo igienico e le tariffe che al tempo andavano dalle 5 lire per le case di lusso alle 2 lire per le case popolari (cifre comunque alte se si pensa che la paga giornaliera di un operaio ammontava a 3 lire). La preoccupazione del legislatore fu quella di non trasformare le case in luoghi troppo attraenti ma di concepirle nell’esclusivo utilizzo di erogazione di servizi legati al sesso per cui fu vietata la vendita di cibo, bevande o l’organizzazione di feste e balli e quant’altro. Era inoltre vietata l'apertura delle medesime in prossimità di luoghi di culto, asili e scuole e, soprattutto, le persiane della casa dovevano restare sempre chiuse. Ecco il perché del nome "case chiuse". Alcuni anni dopo la legge del 1860 fu emendata e allo scopo di favorire il sesso nelle case chiuse rispetto alla prostituzione libera vennero abbassate le tariffe, ridotte fino a 1 lira (50 centesimi per i militari e 70 centesimi per i sottufficiali) per le case popolari.

IL MESTIERE ANTICO Rinascimento

Il Cinquecento Anche nel periodo rinascimentale la prostituzione sopravvive tra la proibizione e la tolleranza. Ad esempio Alfonso d'Aragona, re delle Due Sicilie, legalizzò di fatto lo sfruttamento condendo ad un suo confidente la "patente di roffiano". Era autorizzato, cioè, a tenere donne atte al meretricio in uno stabile civile, perché potessero concedersi all'ospite con pace e decoro. Il roffiano era autorizzato a tenere metà del prezzo pattuito, l'altra spettava alla donna. Nei primi anni del Cinquecento assistiamo parallelamente alla nascita di una nuova figura, la Cortigiana, che, nella scala gerarchica a piramide, si va a collocare nella parte più alta. Il fenomeno, da sempre relegato nel postribolo, invade i palazzi della nobiltà e i salotti mondani più esclusivi. Le puttane diventano di lusso e per la loro capacità di intrattenere e di conversare grazie anche alla loro cultura acquisiscono importanza e potere. Di pari passo il sesso da sfogo e materialità si evolve inglobando la sfera della sensualità fino all’ora esclusa nel rapporto commerciale. Le relazioni sessuali si inseriscono in una più ampia rete sociale e l’avvento delle amanti a corte rafforzano i legami tra persone influenti e regnanti. In Italia gli esempio di due favorite milanesi, Lucia Marliani e Cecilia Gallerani, evidenziano come il Ducato degli Sforza si sia rafforzato grazie alle due signore, le quali giocando sulla bellezza e la grazia, attizzarono i piaceri dei sensi ottenendo vantaggi in gioielli e proprietà. Venezia Anche a Venezia la prostituzione mai considerata illegale era sostanzialmente tollerata. Nella città lagunare si contavano al tempo oltre diecimila “case da meretrici”. Le istituzioni cercavano di limitare il fenomeno colpendo soprattutto i protettori e i mezzani e non le pute costrette “a mendicar il viver suo” facendo commercio con il proprio corpo. A Venezia i ruffiani erano obbligati a palesare il loro mestiere indossando abiti gialli. Le prostitute dovevano rientrare in casa alla sera dopo la terza campana pena una multa e 10 frustate. 15 frustate era la pena per avvicinare uomini nel periodo di Natale, della Pasqua e altri giorni sacri. Non potevano frequentare le osterie e potevano girare per Venezia solo di sabato. Un altro editto emesso nel XVI secolo rivelava un ulteriore preoccupazione e cioè quello che le prostitute riccamente abbigliate fossero scambiate per dame dell’alta società. Ragion per cui venne proibito alle puttane di strada di indossare oro, argento, seta e perle mentre le cortigiane di alto rango, quelle definite Honeste, potevano indossare lunghe e pompose gonne di raso. Nella Venezia del Rinascimento si distinguevano due categorie di puttane: quelle di basso rango che vivevano in casa malsane e che erano frequentate dal popolino e quelle d'alto rango che, per la loro libertà, erano invidiate dalle nobildonne, schiave di mille regole. I loro abiti erano elegantissimi, famose erano le loro chiome biondo-rossastro, il famoso rosso Tiziano. La prostituzione inoltre serviva a distogliere gli uomini dalla sodomia, pratica particolarmente diffusa nella Venezia del Cinquecento, per cui nessuno mai si sarebbe sognato di combattere l’adescamento e quindi il risveglio dei sensi maschili. L'omosessualità era così diffusa nella Venezia del Cinquecento che il patriarca Antonio Contarini, a fronte di una solenne supplica da parte delle prostitute, alle prese con la carenza di clienti, decise di condannare a morte i colpevoli di sodomia tramite l’impiccagione sulle due colonne della piazzetta di S. Marco. Secondo un censimento del 1509 si contavano 11.164 prostitute. La maggior parte abitavano nel quartiere delle Carampane e l’attività di concentrava tra Il Rio terà e il ponte delle Tette. Da sopra questo ponte le cortigiane si affacciavano con i seni scoperti per allietare i passanti. A volte si esibivano sopra i balconi, le famose “donne alla finestra” che in cerca di clienti esibivano i loro davanzali fioriti e profumati. Roma A Roma, i palazzi della curia erano pieni di questo tipo di donne e la Chiesa condannava duramente solo le “puttane libere” in quanto sfuggivano al controllo e al pagamento delle imposte. Infatti le comuni prostitute quando morivano non avevano diritto alla sepoltura cristiana e venivano inumate ai piedi del Muro Torto dove esisteva un cimitero sconsacrato che accoglieva tutti coloro che lasciavano questo mondo senza la benedizione della Chiesa. Tuttavia queste povere donne venivano perdonate ed evitavano la vergogna di una simile sepoltura se ad un certo punto della loro vita peccaminosa, si pentivano o addirittura si facevano monache. Quindi le puttane in grazia di Dio avevano la possibilità di ritirarsi in un monastero in Via delle Convertite e dedicato a Santa Maria Maddalena, la più celebre prostituta “convertita” della storia. La Chiesa anche in questa circostanza adocchiò il business e con l’ordinanza di Papa Clemente VIII si impose che tutti i beni di queste donne fossero devoluti al monastero che faceva da tramite verso le casse del Vaticano. In questi beni erano ricompresi anche le proprietà di quelle signore, la cui vita di piacere era stata scoperta solo dopo la morte. Le prostitute che invece facevano in tempo a redigere testamento erano obbligate a lasciare alle Convertite un quinto dei loro beni. Roma poteva così continuare ad ornarsi di palazzi, chiese, fontane... Splendidi monumenti eretti grazie alla generosità di nobili e papi, ma finanziati dal “mestiere più antico del mondo”... Con la crisi del Rinascimento assistiamo ad un rapido decadimento del fenomeno dovuto in gran parte al disprezzo esercitato dall’opinione pubblica motivato sia dall’aumento dei casi di sifilide e malattie infettive a contatto sessuale sia che i luoghi dove si esercitava tale attività divenivano sempre più ricettacoli di risse ed omicidi in forte aumento. Da considerare che tale ostracismo e l’intervento dell'autorità e del clero diede una forte impennata ai prezzi e quindi relegando il fenomeno ad una attività di nicchia. Siamo nel periodo della controriforma, quando furono chiusi i bordelli municipali e le ètuves e la Chiesa diede inizio alla "ghettizzazione" delle prostitute identificandole con segni distintivi come poteva essere per esempio il fiocco rosso.

IL MESTIERE ANTICO MedioEvo

Nel MedioEvo la morale cristiana trova sempre più spazio nella vita quotidiana, ma la prostituzione anziché scomparire si evolve prendendo nuove caratteristiche. In questo lungo periodo di storia assistiamo a varie fasi dove il fenomeno viene più o meno tollerato, ma mai legittimato o debellato del tutto. Il sesso acquista sempre più le caratteristiche di merce assorbendo le logiche di mercato. Vi era quindi una sorta di compromesso fra valori morali e norme giuridiche ricorrendo al criterio della “necessità” che consentiva l’integrazione della prostituzione nel sistema sociale. Carlo Magno e il '600 Ad esempio con Carlo Magno assistiamo ad un forte inasprimento delle leggi contro il sesso a pagamento. L'imperatore, constatando che molti ginecei dei centri feudali erano ricettacoli di prostitute e la stessa reggia di Aquisgrana ne fosse infestata, emanò nell'809 il capitolare "De disciplina palazii aquisgraniensis". Secondo il quale le prostitute dovevano percorrere per oltre un mese la campagna, nude fino alla cinta oppure condotte nella pubblica piazza e fustigate. I Carolingi aggravarono via via le pene passando al taglio delle orecchie, al marchio col ferro rovente, all'immersione nell'acqua gelida. Il `600 con la creazione di quartieri-ghetto all'interno dei quali era permessa l'attività, relegò la prostituta nella categoria dei soggetti devianti. La donna che si prostituiva, impura moralmente, doveva essere tenuta lontana dal consorzio civile e soprattutto separata dalla comunità delle altre donne. Presso le popolazioni barbariche invece la prostituzione era meno diffusa, ma tuttavia esisteva la pena di morte per chiunque avesse accolto nella propria abitazione le meretrici. Con l’avvento delle città il sesso entra nel mondo del mercato del lavoro e ne prende le caratteristiche di consumo e commercio come qualsiasi altra merce. Assistiamo allo sviluppo degli amori venali, i quali seguivano gli spostamenti, di città in città, di fiere, mercati e pellegrinaggi. La Chiesa La Chiesa, in linea con il fenomeno in grande espansione, tentò di convertire le prostitute promovendo la castità, ma non arrivò mai a condannare del tutto la pratica in quanto tale. Considerava i rapporti sessuali con le donne di piacere un male minore rispetto al grande peccato dell'omosessualità. Sant'Agostino, secondo il quale le prostitute erano cloache necessarie, era convinto che gli uomini tutti avrebbero comunque continuato a cercare rapporti sessuali al di fuori del matrimonio anche se la prostituzione fosse scomparsa. Anzi la scomparsa totale avrebbe di fatto provocato forme più estreme di perversione. I Bordelli Enrico II a Londra nel XII secolo e Filippo Augusto in Francia nel XIII rimpinguano le casse dello Stato con i proventi delle imposte sulla prostituzione legalizzando di fatto i postriboli. E in tale logica i lupanari frequentati da una sola prostituta si trasformano in veri e propri bordelli chiamati "Maison de la ville" e alle volte controllati direttamente dall'autorità. Tale controllo statale consentiva di scongiurare la proliferazione di bordelli gestiti da privati che immancabilmente diventavano veri e propri covi di malviventi e di epidemie di peste. Inoltre il controllo statale regolava l’attività nelle vigilie e nelle feste religiose nonché la costruzione di nuovi postriboli che non potevano avvenire nelle vicinanze delle chiese o strade frequentate dai ricchi. Oltre al Postribolum a controllo pubblico erano presenti altri luoghi in cui le ragazze si prostituivano, seppur illegalmente. Ad esempio le "ètuves", una sorta di bagni pubblici dove si recavano gli uomini più noti, e i "Bordelages", case private frequentate da moltissime ragazze, le quali si procuravano i clienti dalla strada. Le ragazze provenienti da famiglie disagiate andavano da un’età inferiore ai venti anni per le ètuves e di 28 per i postribolum. Tutte quante dovevano essere iscritte in uno speciale albo pubblico e si impegnavano a pagare un lieve affitto alla comunità. L’adescamento avveniva perlopiù per strada, fuori dalle chiese, nei mercati, ed al contrario della civiltà romana le prostitute non erano considerate un rifiuto della società, tanto che raggiunta l'età di trent'anni potevano ritirarsi a vita privata dedicandosi o a una vita conventuale o al matrimonio. La clientela Si calcola che quasi la totalità degli uomini avesse avuto almeno per una volta un rapporto di sesso con una prostituta. Inoltre anche gli ecclesiastici costituivano il 20% della clientela. Il bordello dunque oltre a rispondere a logiche di mercato ed economiche, poiché contribuiva ad alimentare le casse della amministrazione, aveva la funzione di regolatore morale che da un lato teneva lontano i giovani dal commettere reati più gravi facendone sfogare le proprie tensioni emotive e dall’altro consisteva nella difesa dell'ordine collettivo controllando l'adulterio, punito se commesso con donne di rango. Tasse ed obblighi A Roma, come era avvenuto tempo prima per la costruzione delle Terme di Caracalla e successivamente per il selciato di Piazza del Popolo anche la Basilica di San Pietro fu finanziata da una imposta sulla prostituzione che fruttò una somma quattro volte superiore a quella ricavata dalla vendita di indulgenze. Le prostitute erano chiamate in gergo ufficiale Donne Curiali perché dipendevano direttamente dalla Curia che rilasciava regolare licenza di esercizio, assegnava determinati posti dove potevano svolgere la loro attività, imponeva la tassa sul “mestiere” e le costringeva tutti i sabato pomeriggio a recarsi nella chiesa di S. Agostino per ascoltare la predica al fine di ricondurle alla retta via. Abbigliamento e Bellezza L'abbigliamento di una prostituta di ceto medio/basso, era costituito dai normali mutandoni e sottovesti del tutto simili a quelle delle persone comuni. Solo nei quartieri adibiti alla prostituzione le ragazze potevano vestirsi anche con le sole mutande del tempo oppure, nei limiti del decoro, mostrare la propria mercanzia all’aperto. A Napoli erano costrette a portare gonne sopra al ginocchio, per distinguersi dalle donne oneste mentre in Francia dovevano portare un laccetto rosso tra i capelli, lungo circa un braccio e mezzo. A Bologna potevano andare in giro solo nei giorni di mercato indossando un cappuccio con un sonaglio. Al contrario dei romani che adoravano le donne grasse, nel medioevo si riteneva bella una donna con grossa corporatura ma non grassa. Di sicuro erano out le donne gracili e magre secondo lo standard che la magrezza era sinonimo di carestia e malattie. Il seno doveva essere abbondante e la scollatura portata al limite della provocazione. La carnagione doveva essere più chiara possibile, tanto da far vedere le vene blu in trasparenza. Di contro il colore scuro della pelle abbronzata era proprio di chi stava al sole e svolgeva lavori umili. Al tempo tutta la popolazione era solita lavarsi una volta l’anno per via dell’assenza o dell’inquinamento dell’acqua. Per cui, pur facendo molto uso di acqua di colonia e profumi vari, il problema principale del tempo era sicuramente il fetore. Anche i trucchi, usati abbondantemente nell'epoca romana, vennero abbandonati. La donna, doveva essere più al naturale possibile e il viso chiarissimo con esclusione delle gote e del rossetto. Non tutte le prostitute chiaramente corrispondevano a questi canoni visto che le condizioni sociali le relegava in uno stato di fame perenne e naturalmente l’abbigliamento, mezzo di attrazione, era generalmente volgare e vistoso. In Sicilia Nella Sicilia del 1200 le meretrici avevano l’obbligo di risiedere fuori le mura della città e vietava la vicinanza di meretrici alla gente onesta. Nel 1300 a Palermo le meretrici dovevano abitare lontano dai quartieri dove viveva la “gente onesta”. Stesso atteggiamento a Siracusa dove viene approfondito il concetto della contaminazione e quindi del pericolo di corruzione dovuto alla vicinanza con donne oneste. Sempre nell’ottica del controllo del “male necessario” nel 1400 a Siracusa fu decisa la costruzione di un postribolo pubblico ratificato in seduta solenne dal parlamento siracusano. Si tenga conto che Siracusa al tempo era un fiorente porto di commercio internazionale per cui il fenomeno era molto sentito dalla popolazione. Giornalmente vi approdavano navi cariche di schiavi che incrementavano la prostituzione, esercitata oltre che nei luoghi autorizzati, anche clandestinamente nelle taverne. Comunque, la prima casa autorizzata dalla legge e di fatto costruita, aprì i battenti a Messina nel 1432 durante il regno di Alfonso d'Aragona. Nell’editto era scritto a chiare lettere che "Le femmine non hanno diritto a preferenza in fra questo e quell'ospite. Tutti quelli che si presentano devono essere ricevuti e accontentati eccezion fatta per i leprosi, i briachi fuori di senno e coloro che mostrassero pustole e piaghe ripugnanti all'eccesso". Per ragioni sempre legate al controllo dell’ordine pubblico si divisero le prostitute in diverse categorie: la donna innamorata, una specie di cortigiana del tempo, la concubina che frequentava uomini di elevato ceto sociale, la cantunera, cioè colei che si prostituiva per le strade, la “donna di partito” che esercitava nei luoghi autorizzati dalla legge, la “schiava”, costretta con la violenza a prostituirsi.

IL MESTIERE ANTICO Roma

Amata e ripudiata, sfruttata e resa immortale nei versi dei poeti, chiamata lupa e puttana, troia e quadrante, la prostituta nell'antica Roma ha avuto un ruolo sociale di primo piano. L'atteggiamento dei romani nei loro confronti era controverso, intessuto di paradossi e apparenze. Relegata nei bassifondi, invitata alle terme o agli spettacoli, nonché concubina madre dei propri figli con la benevolenza delle signore mogli che così facendo evitavano i rischi del parto, molto elevati al tempo. I Lupanari In genere le prostitute romane esercitavano il loro mestiere nel bordello, chiamato lupanarium, ossia «tana della lupa». I lupanari, interdetti moralmente ai patrizi, erano vere e proprie case di appuntamento costituiti da una semplice camera nel retro di una locanda. Erano frequentati generalmente dal popolo minuto. Sulla porta della stanza era riportato il nome della donna e il prezzo della prestazione, un cartello di occupato serviva a comunicare al cliente successivo di aspettare il proprio turno. Sulle pareti interne vi erano dipinti e scritte erotiche che solleticavano gli appetiti dei clienti e servivano come catalogo delle varie prestazioni. L'ambiente era spesso sporco e affumicato dal fumo delle lanterne. Vi si poteva accedere direttamente dalla strada oppure, tramite una scala esterna quando erano situate al primo piano di un'insula,. Talvolta solo una tenda separava la stanza dalla strada e le prostitute esibivano la loro merce nella penombra della stanza vestite in trasparenza o addirittura nude. La maggior parte dei bordelli erano vere e proprie aziende, gestite direttamente da un padrone con due tre schiave alle proprie dipendenze oppure indirettamente ricavando un reddito con l'affitto del locale a donne libere. Le zone di Roma dove erano più diffusi i lupanari erano la Suburra e i luoghi circostanti il Circo Massimo. Potevano aprire solo nel tardo pomeriggio, questo per permettere ai giovani di frequentare almeno al mattino luoghi più salutari e per non danneggiare l'economia distraendo il cittadino dalle consuete attività produttive. Per ovviare alle restrizioni di orario, oltre ai postriboli dichiarati, c’erano sempre gli alberghi, i forni, le rosticcerie e soprattutto le taverne, le quali non avevano limiti di tempo e dove, oltre a fare sesso, si poteva bere vino e giocare d’azzardo. Le passeggiatrici Oltre ai lupanari, alle taverne e alla botteghe in genere, la prostituzione si esercitava ovviamente anche in strada. Roma si poteva avvalere di una fitta viabilità, dovuta alla costruzione di migliaia di chilometri di strade, segno inestimabile della sua civiltà, grazie alle quali poté creare una rete commerciale fittissima in tutto il suo impero. Proprio per tale motivo sia di giorno, tra mendicanti e venditori, e di notte, tra carri di trasporto e poveri funerali, le vie della città erano frequentatissime da delinquenti e prostitute. Le passeggiatrici, dette genericamente ambulatrices, si dividevano in fornicatrices, se lavoravano sotto i ponti o falene notturne, bustuariae se si aggiravano nei pressi dei cimiteri. Per farsi riconoscere indossavano la toga, veste maschile che lasciava scoperte le ginocchia, inoltre per lo stesso motivo si tingevano i capelli di rosso oppure portavano una parrucca rossa. L’ultimo gradino di questa scala sociale era occupato dalle diobolariae, le infime, quelle da due soldi che esercitavano il loro mestiere nei quartieri accomunati dal forte degrado e dalla miseria più assoluta. VELABRUM: quartiere a sud del foro CIRCO MAXIMUS: centro della prostituzione cortigiana SUBURA: centro della prostituzione più misera TRANSTIBERIM: quartiere più malfamato sulla riva destra del Tevere VIA APPIA: si trovano le più disprezzate "lupae" romane per gli schiavi In alcuni casi gli abitanti, per tirare avanti, facevano battere il marciapiede a mogli ed a figlie. Il grande commediografo Plauto le definì “donne affamate dal profumo volgare e appiccicaticcio, prive del minimo fascino, adatte a servi coperti di farina”. La prestazione sessuale avveniva in luoghi di fortuna sporchi e malsani, squallide alcove maleodoranti e comprendeva ogni tipo di pratica. Patrizi Le meretrici non erano solo schiave o appartenenti ai ceti più miseri, ma, per quel gusto della trasgressione, non era raro trovarsi a letto con una donna d'alto rango, che ovviamente si presentava sotto falso nome e tutto questo sotto la benedizione di due divinità molto famose all’epoca: Venere Ericìna, una divinità importata dalla Sicilia, venerata da sacerdotesse che praticavano la prostituzione come un rito religioso; e Prìapo, un dio dell'Asia minore, raffigurato con un membro virile non indifferente. Non mancavano quindi i lupanari per ricchi, lussuosi postriboli privati, ospitati in abitazioni patrizie, gestiti dalle stesse matrone e ben frequentati dall'alta società. Queste case di piacere per nulla abusive erano frequentate da donne disponibili e bellissime. Spesso si potevano trovare vergini prelibate e donne sposate trascurate dai propri mariti facoltosi, nonché figlie di buona famiglia che esercitavano il mestiere per comprarsi vestiti o l’ultimo profumo proveniente dall’Oriente.. Nell’età imperiale assistiamo ad una crescita a dismisura di queste case che in prevalenza colpivano l’orgoglio dei mariti di fatto cornuti. Non a caso si diffuse al tempo la pratica della lettera anonima con la quale un patrizio veniva ricattato/avvertito dell’attività della propria moglie intenta a sollazzarsi in tale casa o tale bordello. Tra questo tipo di bordelli famoso era quello sul Palatino di proprietà dell’imperatore Caligola, dove esercitavano donne di classe e fanciulli liberi le cui prestazioni venivano pubblicizzate al foro da un dipendente imperiale che invitava giovani e vecchi a soddisfare le loro voglie. Questi postriboli erano naturalmente frequentati anche da prostitute libere che conducevano un alto tenore di vita. Abitavano in lussuose ville sull’Aventino e di solito venivano mantenute dai romani ricchi o da stranieri che possedevano denaro sufficiente ad “affittarle” per un giorno, un mese o addirittura un anno. Messalina Proprio nella zona del Palatino, vicino al palazzo imperiale, la moglie dell'imperatore Claudio, Messalina, aveva il suo bordello riservato dove a buon prezzo si prostituiva con lo pseudonimo di Licisca. Ogni notte, non appena il marito si addormentava, la donna si avvolgeva in un lungo e pesante mantello scuro, nascondeva i bei capelli neri sotto una parrucca bionda, e si recava nel solito lupanare dove si concedeva ai clienti “tutta nuda con i capezzoli tinti d’oro e mostrando il ventre che aveva partorito il generoso Britannico”. La meretrice imperiale soddisfaceva ogni tipo di richiesta dei vogliosi avventori e come una qualsiasi prostituta chiedeva in cambio il compenso come da tariffa. Giovenale usa parole molto esplicite e riferisce che Messalina era sempre l’ultima a lasciare la stanza “ancora ardente di libidine, stanca di maschi, ma non saziata” e infine, a malincuore, rientrava a Palazzo con le guance annerite dalla fuliggine delle lampade e portando “il fetore del postribolo nel talamo imperiale”. C’era inoltre un mercato di donne, vale a dire le etere, le emancipate, le danzatrici, le arpiste e musicanti che allietavano anche sessualmente le giornate dei patrizi ma ricevevano compensi in base alla loro arte di intrattenimento e non alla prestazione. La Legge Gli imperatori Tiberio, Domiziano e Adriano tentarono di controllare il fenomeno, ma nessuno si sognò mai di proibirlo. In effetti la prostituzione era considerata un fatto normale e naturale e non era considerata moralmente negativa. L’esercizio veniva regolato da una serie di leggi le cui norme obbligavano le prostitute ad aprire i lupanari in zone urbane ben individuate, ad abbandonare il proprio nome d’origine ed usare uno nome fittizio, a rispettare l’orario di apertura, ad iscriversi nel registro degli edili, ad indossare la toga, cioè il vestito maschile per essere riconosciute, e a rinunciare alle bende che le matrone oneste mettevano sui capelli. Ultimo e non ultimo, le prostitute nubili inserite nel registro non potevano contrarre matrimonio. Gli ufficiali dell’esercito addetti al controllo di questo smercio si limitavano a tutelare la distinzione di status tra prostitute e donne rispettabili e a riscuotere per lo stato tasse e canoni d'affitto delle proprietà pubbliche. I proventi di queste attività servivano a finanziare grandi opere edilizie. Il registro degli edili era un vero e proprio albo d’oro delle professioni che annoverava non solo le professioniste del sesso ma anche patrizie romane. Queste ultime ricorrevano a questo escamotage per raggirare l’incriminazione per il reato di adulterio nel quale inciampavano facilmente. Le prostitute infatti non potendosi sposare non incorrevano in questo reato. Da tenere conto che l'adulterio era considerato reato se commesso dalla donna. Era addirittura prevista la pena di morte se il pater familias lo riteneva necessario. L'amante della moglie colto in flagrante era alla mercè del marito tradito. Quest’ultimo poteva vendicarsi sodomizzando il malcapitato con il rafano, radice assai piccante, oppure con il mugile, pesce assai noto per la sua voracità; oppure direttamente o con l’aiuto dei suoi schiavi costringendolo a subire ripetutamente pratiche di fellatio multiple. Le Tariffe Le puttane vere e proprie erano circa 32mila, che si svendevano per pochi spiccioli, ma in ogni caso considerando il reddito pro-capite della popolazione, si trattava comunque di una professione che offriva il miraggio di profitti elevati, come dimostrano le tariffe in uso in età imperiale: una prostituta poteva guadagnare da un quarto a 16 assi per prestazione che equivaleva ad un sesto dello stipendio giornaliero di un lavoratore maschio. Chiaramente tutto dipendeva dalla frequenza delle prestazioni. A Pompei, ad esempio, le prostitute in attività - circa un centinaio – avevano complessivamente una media di cinquecento rapporti. Lì la prostituzione era alla luce del giorno, le insegne sulle porte delle case private erano alquanto esplicite e riportavano in modo chiaro la prestazione ed il prezzo. Un boccale di circa un litro di vino costava da 1 a 2 assi di contro una prestazione sessuale costava da 1 a 5 assi. Sulla porta, un'insegna indicava: "Eutichide, di garbate maniere, è tua per 1 asso", più avanti "Felicia vuole 1 asso per farti una fellatio"; la famosa Euplia che doveva essere una superesperta dalle sembianze di una venere, ne voleva invece 5. Il fenomeno così diffuso corrispondeva alle esigenze della società romana. L’adolescente attestava il proprio ingresso nella maggiore età attraverso il primo rapporto sessuale che avveniva con una prostituta. Di pari passo l’appagamento dei piaceri fisici era una condicio sine qua non per garantire la stabilità della struttura sociale, basata soprattutto sulla virilità dell'uomo. Non ultimo si calcolava che ad esempio nell'età imperiale la popolazione femminile era di circa il 17% inferiore a quella maschile e che molti uomini, anche volendo, non avrebbero saputo con chi sposarsi o accompagnarsi e dovevano, gioco forza, frequentare le prostitute. Il vizio greco A mantenere i prezzi bassi contribuivano soprattutto le donne straniere, in gran parte schiave. Ma non bisogna dimenticare anche l'importanza della prostituzione minorile. Era del tutto normale raccogliere per strada un trovatello orfano, provvedere alla crescita e quando grandicello decidere se adatto ai campi oppure, se bello e dalle carni tenere, trattenerlo per i propri scopi più o meno ortodossi o avviarlo alla prostituzione trattenendo i proventi. Il cosiddetto “vizio greco” ossia l’amore con giovani fanciulli nell’era romana era considerato un segno di debolezza rispetto al virile rapporto con femmine di vario rango. Ma l'omosessualità non era condannata se praticata con schiavi e liberti in caso deprecabile quando un cittadino libero assumesse un ruolo passivo nei confronti di un'altro suo pari. Con l'avvento dell'impero si assistette ad un'ondata moralizzatrice fino ad arrivare nel 438 d.C. con Teodosio II, alla condanna al rogo di tutti gli omosessuali passivi, ma ben presto Giustiniano espanse la pena a tutti gli omosessuali sia attivi che passivi. Concubine Come detto un uomo sposato non era mai colpevole di adulterio, poteva oltre ad avere rapporti occasionali stabilire una vera e propria convivenza con una prostituta accogliendola nella propria casa. Le matrone non avevano difficoltà ad accettare le relazioni del marito con schiave o donne non rispettabili, anzi accettavano di buon grado le concubine in quanto facevano gravare su di esse i rischi del parto, al tempo molto elevati. Alla fine dell'epoca repubblicana la pratica dell’amore mercenario si era talmente ingigantita che il fenomeno della prostituzione era diffuso in ogni angolo della città. Tale diffusione e la mancanza di adeguate norme di igiene, favorì il propagarsi delle malattie sessuali.

IL MESTIERE ANTICO Grecia

A Cipro e Corinto come ad Atene, oltre alle sacerdotesse che praticavano la prostituzione sacra, ben presto si sviluppò nei dintorni dei templi quella a scopo commerciale. Così le antiche sacerdotesse divennero nei secoli e nelle diverse culture cortigiane, concubine, meretrici, peripatetiche, geishe, puttane... Nella Grecia antica la prostituzione era legale e moralmente accettabile. Gli antichi davano infatti per scontato che i vincitori di ogni battaglia avessero il diritto di catturare e schiavizzare il maggior numero di persone. Molte erano dunque le donne prigioniere che venivano vendute all’asta per essere poi messe a lavorare nei bordelli e catalogate a seconda dell’età, dell’aspetto, della personalità, ma anche del talento personale esse potevano diventare prostitute di diverso tipo. In generale venivano chiamate etère o pornai. Le etere erano donne colte ed eleganti, istruite e brillanti, solite a offrire la loro raffinata compagnia agli uomini anche in pubblico. Le pornai invece erano povere, schiave, orfane, meri strumenti di piacere a poco prezzo. Il compenso corrispondeva alla categoria di appartenenza e alla prestazione richiesta, ma non superava mai l’obolo richiesto dalle danzatrici o dalle suonatrici di flauto. Il prezzo era comunque elevato, pari al guadagno giornaliero di un operaio, e comprendeva, oltre ai servizi di base, un letto caldo, un bel fuoco ardente nel braciere nelle giornate più fredde dell’inverno. L’attività era regolata per decoro e decenza in case private e di tolleranza. L’adescamento avveniva all’aperto, nei luoghi commerciali, nei mercati o a ridosso dei porti, oppure nelle locande e nei bagni pubblici. Da qui le varie sottocategorie: c'erano le chamaitypaì che lavoravano all'aperto, le perepatétikes che adescavano i clienti passeggiando; le gephyrides, che lavoravano nelle vicinanze dei porti o dei bagni pubblici e infine c'erano quelle che lavoravano al chiuso negli oikìskoi (piccole case, bordelli). Come detto era un’attività tollerata, a volte lecita, le legge si preoccupava soprattutto di riscuotere le tasse dai loro guadagni, di regolare i prezzi e di proteggere la ricchezza dei cittadini in modo che i più ricchi non gareggiassero tra loro per accaparrarsi la più desiderata. Ma le ragazze potevano essere pagate anche in natura o tramite favori. La prostituzione riguardava entrambi i sessi: le donne di qualunque età e gli uomini giovani. La maggior parte erano meteche, avevano cioè un marito o un genitore straniero, altre giungevano ad Atene per proprio conto e si procuravano il necessario per il loro sostentamento offrendo l'unica cosa che apparteneva loro: il corpo. La prostituzione maschile era spesso praticata da adolescenti, come riflesso della pederastia greca. Giovani schiavi lavoravano nei bordelli di Atene, mentre un adolescente libero che vendesse i propri favori rischiava di perdere i diritti sociali e politici una volta divenuto adulto. Le sacerdotesse che si vendevano nei templi e le cortigiane d’alto bordo godevano di particolari agi e privilegi, oltre ad una posizione nella scala sociale più elevata rispetto alle comuni prostitute. Per la loro posizione erano le uniche donne veramente libere dell'Atene classica: vivevano agiatamente, potevano uscire senza proibizioni, gestire il proprio denaro e partecipare con gli uomini ai vari banchetti. A differenza delle mogli “rispettabili”, tenute nell’ignoranza, queste erano spiritose, abili nella conversazione ed anche ottime compagne e consigliere per gli uomini. Le etère erano allegre con tutti, ma non ridevano fragorosamente … non si offrivano senza essere sollecitate. Nei banchetti facevano attenzione a non ubriacarsi… E a non buttarsi sul cibo in modo indecente. Parlavano solo se necessario, a letto non si mostravano né troppo disponibili, né indifferenti. Ricevevano gli uomini in casa durante il giorno, mentre la sera erano ammesse nelle locande e circoli d’arte e letterari, proibite a mogli e figlie, dove si mangiava, beveva e si discuteva di filosofia. Spesso le etère trovavano un uomo potente che le prendeva sotto la loro protezione. E’ il caso di Aspasia, una delle cortigiane più famose. Pericle per la sua bellezza ripudiò la moglie. Da lei ebbe anche un figlio. Come secoli dopo nelle corti francesi del 1700 oltre alle moglie e alle etère i greci si deliziavano della compagnia delle concubine. Le pallakai quasi sempre povere o schiave erano introdotte clandestinamente presso le case dei ricchi. La condizione delle concubine si avvicinava a quella delle spose, un’antica legge prevedeva che l’uomo potesse uccidere il seduttore della propria concubina scelta per la procreazione di figli qualora la moglie legittima non fosse più stata in grado di dargliene. I figli erano a tutti gli effetti legittimi e venivano considerati, legalmente, alla stregua di quelli partoriti dalla sposa e godevano di tutti i diritti propri della prole. Dunque etera o concubina, tutte e due legate alla sfera amorosa, ad esse sono riservati i canti dei poeti, mai alle mogli, mai alle prostitute d’infimo ordine. Entrambe svolgono un ruolo codificato nella società: la concubina serve l'uomo nelle cure quotidiane, provvede ai suoi bisogni, l'etera si dedica al piacere, è una cortigiana esperta nelle arti erotiche ed è ammessa ai simposi, insieme alle flautiste e alle schiave. “Abbiamo le cortigiane per il piacere, le concubine per le cure quotidiane, le mogli per darci dei figli legittimi ed essere le custodi fedeli delle nostre case” - Pseudo-Demostene, “Contro Neaira”, 122 –

IIL MESTIERE ANTICO STORIA DELLA PROSTITUZIONE

La parola “prostituzione” deriva dal latino pro statuere che significa mettere in mostra, esporre; nell'uso comune ha preso il significato di prestazione sessuale a scopo di lucro. È senza dubbio un mestiere praticato da migliaia di anni: è menzionato già nel codice babilonese e ci sono prove certe della sua diffusione in quasi tutte le civiltà antiche. IL MESTIERE ANTICO La Prostituzione Sacra La prostituzione antica aveva una caratteristica sacrale in quanto le donne offrivano il loro corpo come sacrificio alla divinità. Chiamata “porneusis sacra” era praticata nei templi, come rito propiziatorio, allo scopo di assicurare fertilità e fortuna. Le prostitute si univano in un rito sotto forma di culto della fecondità oppure di dono all'ospite come gesto di generosità. Erano le sacerdotesse, venerate e rispettate come coloro attraverso le quali si manifestava la benevolenza della dea, immagine di Armonia e Disordine, perché in grado di esprimere con i loro corpi e le loro movenze forti cariche di desiderio. Donne uguale Terra. Donne depositarie di ogni seme e forza vitale, d’energia e motore che fa muovere il mondo. Avevano una corona di corda intorno al capo, i capelli sciolti, lunghe vesti, erano le sacerdotesse nel Tempio, erano ierodule, assire, babilonesi e fenicie, erano fanciulle, vergini di buona famiglia, oppure schiave che si univano carnalmente ai sacerdoti, oppure ai fedeli spesso stranieri, nel tentativo di catturare l’energia vitale. “Oh Ishtar, oh Astarte, oh Afrodite!” Nell’invocazione offrivano le loro intimità sottoforma d’anima e di fede, compivano un atto di adorazione, propiziando la fertilità in loro stesse, alla terra e al popolo tutto e insieme ad esse la prosperità economica dell’intera comunità. Di solito chiedevano un obolo, quasi una carità, ma non avevano un prezzo fisso, non facevano commercio del loro corpo, nessuna logica di mercato nell’esercizio di quell’arte. A volte nella suggestione dell’atto assumevano le sembianze delle divinità a cui venivano consacrate, spesso facevano da tramite con la divinità stessa. Molto spesso si univano al monarca, al despota, al ras del luogo, e durante la cerimonia anche il popolo si univa con le proprie spose in un rito suggestivo dove il dio infiammato dal desidero veniva paragonato all’aquila che segue con lo sguardo la sua preda. Le sacerdotesse trattate con rispetto non venivano usate ma onorate, assimilate al fiume Tigri in piena o alle sponde bonificate. Erano le regine, le figlie del Dio del cielo, il giardino dove sbocciavano fiori rari, la tavola imbandita su cui era alzato il vaso della libagione. Presso i babilonesi era legge che almeno una volta nella vita tutte le donne d’ogni ceto sociale, in età piacente, dovessero recarsi al tempio di Afrodite, la puttana, e, concedendosi al maschio sull’altare, sacrificavano alla divinità le proprie carni come un qualsiasi agnello, fino ad emulare le stesse sensazioni delle sacerdotesse raggiungendo così il paradiso afrodisiaco. Ad Eliopoli, ogni vergine doveva, secondo l'uso, prostituirsi a uno straniero nel tempio di Astarte. La prostituta sacra aveva il dovere morale di soddisfare tutti i clienti che esprimessero tale desiderio. Il cliente, come atto simbolico, doveva offrire del denaro gettandolo sul ventre o sulle ginocchia della prostituta stessa. Al termine della giornata, nessuno le poteva offrire più nulla per averla di nuovo. Il periodo di prostituzione sacra avveniva solo in alcuni giorni dell'anno. Solo successivamente, all'incirca al tempo della legge ebraica, la prostituzione fu indicata come atto dissoluto e peccaminoso. Nell'Antico Testamento è citata molte volte, nella quasi totalità dei casi in un contesto di riprovazione e presentata come peccato o motivo di vergogna. Nel Nuovo Testamento viene citata anche come causa di rovina nella parabola del figliol prodigo. Il perdono ad una prostituta viene effettivamente praticato da Cristo nell'episodio della peccatrice penitente, questa figura viene identificata tradizionalmente con Maria Maddalena, divenuta simbolo del pentimento.

INTERNO NOTTE

E’ il quattro di novembre di un secolo alle porte, un gelo d’eccezione ha invaso tutto il centro, con cumuli di neve sopra ai marciapiedi, con raffiche di vento vicine allo zero. Mai di questo periodo ripete il notiziario, e le previsioni per la notte non sono poi migliori, poca gente per le strade, poca gente nei negozi, rue de Rivolì è chiusa per una frana, rue de Richelieu è al buio più completo, un traffico impazzito inonda l’Operà. Una macchina si ferma davanti all’Hotel Plaza, un uomo in livrea saluta e fa l’inchino, scendono in due riparati dall’ombrello, un uomo e una donna belli ed eleganti, si tengono per mano e sanno dove andare, stanza 451 prenotata per la notte. Lui ha il bavero alzato, lei in pelliccia d’ermellino, si scrollano il freddo e guardano lontano, perché ora è interno notte, è una vetrata su Parigi, sono luci bianche e gialle che riflettono la neve, sono calici già colmi di Krug sul vassoio, baci e tenerezze spaiate nello specchio. Hotel Plaza, interno notte, il quattro di novembre, una lama di freddo intenso socchiude la finestra, e gonfia quella tenda e gonfia quella bocca, e l’uomo che si affretta a chiudere i vetri, poi cinge la sua donna e le dice che è un incanto, le dice finalmente, le sussurra quasi amore, nella penombra di una Tiffany che fa liberty e fa luce, fa l’uomo alto e magro, pelle ambrata da gitano, lo fa maschio di trent’anni e fisico asciutto, capelli radi e neri e un ghigno da latino. Al centro della sala con la camicia semiaperta, sfiora la sua donna, accarezza quella piuma, perché lei è bionda, fragrante come un fiore, perché lei è magra, sottile come un taglio, bella come un ramo quando gemma al primo sole, con i suoi occhi chiari chiari che cambiano colore, celesti per un bacio e verdi per l’amore, ha tolto le sue scarpe e si lascia trasportare, scalza come una bimba che ogni volta s’innamora, nel suo vestito lungo, pervinca e lilla chiaro, che la fascia e le modella quel seno appena appena, ingentilito dal riflesso del marmo e della seta. Hotel Plaza, interno notte, con i drappi rosa antico, lui cerca le sue labbra, la fila di bottoni, una lingua sulla schiena d’avorio e madreperla, lentamente poi li slaccia come un rosario ad uno uno, ed il vestito scende ubbidiente e silenzioso, a fiocchi come neve, ad onde come seta, si sparge e s’ammonticchia sul tappeto di Kashan, al centro della sala, Hotel Plaza interno notte, lui la stringe e poi l’abbraccia, il mento sulle spalle, lei guarda l’infinito, lui la cornice d’oro, di un quadro post-moderno, di una donna col cappello. Hotel Plaza, quarto piano, muti ascoltano la notte, poi camminano leggeri verso l’alcova bianco panna, scricchiolii sotto i piedi, legnosi di parquet, gemiti in lontananza, sospiri caldi di un amore, nei loro occhi il passato che torna e fa dolore, un fremito di gelosia corre lungo quei bottoni, l’altra donna ed il gioco, la voglia ed il consenso, l’altra donna mora mora e bocca di velluto. Lei non può non ricordare, seduta lì in attesa, l’immagine dell’altra, bella da morire, l’immagine di lui, la mano sopra i fianchi, quei tacchi alti quanto, arriva il paradiso. E salgono le scale, lui la guida e la sospinge, e salgono ai piani, Hotel Plaza, stessa stanza, ma oggi è il quattro di novembre, di qualche anno dopo, fuori c’è la neve e dentro un caldo intenso, di un amore consapevole, adulto e maggiorenne, che sconfigge quei ricordi e il passato che fa male. Hotel Plaza, interno notte, lei toglie i suoi pendenti, ma improvviso uno squillo, viola quel silenzio, brividi d’amore, istanti e déjà-vu, lui guarda la sua donna fino a fondersi con gli occhi, sembra chiederle aiuto o quanto meno cosa fare, mentre lei s’allontana ed esce dalla stanza. Ora lui è seduto, sul bordo di quel letto, ora guarda sul display e remissivo poi risponde, dall’altra parte una voce, meccanica e metallica, parla in fretta e non consente d’essere interrotta, lui non parla, ma annuisce, poi quasi rassegnato, “Ok, va bene, a tra poco…” ed un click alla fine. Hotel Plaza, interno notte, assorto guarda il pavimento, le sue mani strette a pugno non sanno cosa dire, ma alla donna basta poco, lo sente e capisce, riallaccia i suoi bottoni e non sembra dispiaciuta, una goccia di profumo e torna nella stanza, s’avvicina e sorride, s’inginocchia e l’accarezza. Ora l’uomo ha fretta e lei lo aiuta a rivestirsi, scarpe e gemelli, giacca e cravatta, poi si scosta e lo guarda, orgogliosa del suo uomo, gli dà un bacio sulle labbra, ora fredde come neve, ora lui è sulla porta e le dice di aspettare, ci impiegherà almeno un’ora o forse poco meno, ci impiegherà il tempo giusto per farci poi l’amore. Hotel Plaza, esterno notte, lui adesso sta uscendo, l’uomo con l’ombrello lo saluta con un inchino, la macchina è già pronta e in un lampo mette in moto, ora corre lungo i viali di una Parigi in piena notte, verso quell’incontro, vago senza indicazione, perché non sa dove andare, perché la voce non l’ha detto, perché l’indizio è un cappello e due labbra rosso fuoco, che incontrerà sui bordi tra i cumuli di neve, che incontrerà per strada quando meno se l’aspetta. Hotel Plaza, interno notte, il quattro di novembre, la donna alla finestra lo vede scomparire, dietro quella tenda, guarda fuori e guarda dentro, poi di fretta corre in bagno e sfila la parrucca, ed agita i suoi capelli, lunghi, morbidi e neri, il rosa delle labbra lascia il posto ad un rosso intenso, il pervinca e lilla chiaro, a un vestito nero nero, e sotto un reggiseno che fa femmina importante, un tacco come l’altro alto quanto un paradiso, come il bordo della calza che s’intravede dallo spacco, come la riga su quel velo che fa femmina fatale. Hotel Plaza, interno notte, una donna guarda l’ora, dubbiosa pensa all’uomo con un ghigno di malizia, poi accavalla le sue gambe seduta sul divano, e sfoglia una rivista e si riguarda nella foto, con il cappello nero nero che copre in parte il viso, con le labbra rosso fuoco che scandiscono l’attesa. Fuori intanto sta piovendo e l’uomo è fermo lungo il viale, il semaforo è rosso e lui ripensa a quella bocca, poi teme di fare tardi, guarda fuori e guarda l’ora, le sue mani impazienti stringono il volante. Le luci al neon viola illuminano il suo volto, è la reclame di un film visto proprio l’altra sera, lui fissa il manifesto, una donna col cappello, e pensa a quella trama, e pensa a quell’incontro, e pensa a quella voce metallica al telefono, mentre ora scatta il verde e schizza sull’asfalto, una macchina che corre, veloce per Parigi, e mangia quell’asfalto e mangia quella neve, perché ora ha capito e sa bene dove andare, verso quell’incontro, quell’appuntamento… Hotel Plaza, interno notte, una donna che lo aspetta, Hotel Plaza, interno notte, stanza 451. FINE

LA VENDETTA 7

12 September 1891 Poulton-le-Fylde, Saturday Cara Clotilde, senza preamboli, mi corre d´obbligo il riferirvi che Marianne, per vostro marito, è semplicemente una copertura, una bella facciata da esibire, e questo è il motivo dei reiterati doni nonché delle assidue frequentazioni in pubblico. Tenetevi forte mia cara, se per caso foste in piedi, sedetevi su una comoda poltrona, perché la delusione sarà doppia. Io stesso ho chiesto più volte conferma a Marianne facendole ripetere quello che sto per dirvi. Premetto che di questa storia è a conoscenza soltanto Marianne oltre chiaramente i protagonisti. Or dunque, tra le lacrime, Marianne mi ha confessato fra non poche interruzioni e ripensamenti, che Julien ha un rapporto intimo con vostro marito e lei, come detto, si presta a fare da copertura. Naturalmente, al contrario di vostro marito, Julien non è innamorato, ma tacitamente acconsente, per questioni di denaro. Stessa sorte sta accadendo a voi, io non so quanto denaro finora abbiate elargito al giovane, Marianne dice una somma tanto grande da comprarci almeno tre case al centro di Londra, ma credo che voi possiate essere più precisa. Madame, credendo nella buona fede di Marianne, vi imploro, prima che sia troppo tardi, di allontanare da voi quel giovane senza scrupoli, un arrivista sociale che ha individuato nelle fragilità di entrambi, le sue fonti di guadagno. Mi spiace avervi dato un così grande dispiacere, ma questa è la nuda e cruda verità. George Ps. Stanotte e domani non ho impegni. Marianne non fa più parte della cerchia di ospiti gradite. Se la vostra proposta del weekend fosse ancora valida, sarei lieto di ricevervi sin da ora in questo letto miseramente spoglio. Avendo sempre quel piccolo particolare in sospeso... ************** Poulton-le-Fylde, Saturday Caro George, non fa piacere sentirsi ripetere che mio marito ed io abbiamo lo stesso amante. Sono profondamente delusa, avendo da sempre creduto che questi figli del popolo non potendo millantare beni, non si sarebbero mai prestati a questo tipo di bassezze. Purtroppo quello che mi dite era già di mia conoscenza. Ed ora sono io a riferirvi qualcosa che non sapete. Ricordate il nostro primo incontro? Ricordate chi fu a presentarci? Ebbene George, quel ragazzo era proprio Julien. Lui mi impose di prestarmi a quel gioco. Dovevo fare da cavia, per cui, entrare nelle vostre grazie, significava per lui crearsi un’altra fonte, visto che la mia e quella di mio marito erano rovinosamente esaurite. Per amor suo e per paura di perderlo ho acconsentito, in attesa del vostro invito che puntualmente è arrivato. La storia delle mille ghinee era semplicemente un modo per verificare la vostra disponibilità a quel tipo di rapporto dietro compenso. Ormai la strada era ampiamente aperta e Julien l’avrebbe percorsa nei modi e nei tempi a lui congeniali compreso il mio sfruttamento e, entrando in diretto contatto con voi, avere la verifica delle vostre tendenze sessuali. Mio caro duca, la storia delle mie rovinose risorse finanziarie è purtroppo vera, le case che Julien potrebbe acquistare in contanti a Londra sono di numero ampiamente superiore a tre. Più volte ha manifestato l’intenzione di lasciarmi e l’avrebbe sicuramente fatto dopo il mio rifiuto netto di prostituirmi. A maggior ragione se avesse individuato in voi la certezza di un’altra fonte di denaro. Il discorso con mio marito è leggermente diverso, in quanto lui possiede beni di famiglia a me non accessibili. In questo gioco non sarebbe mai entrata Marianne se non come facciata, come del resto era successo con mio marito. Julien è morbosamente attaccato alla sorella tanto che, oltre ad averne un’attenzione fraterna, sovraintende alla sua illibatezza. Orbene mio Duca, se la decisione di venire a letto con voi era stata presa di comune accordo con Julien, la mia successiva richiesta da voi ampiamente esaudita, era frutto della mia vendetta, maturata nei confronti di Julien. Del resto vi avevo immediatamente confidato la situazione di mio marito, cambiando leggermente la storia per dare alla mia richiesta un sapore di cacciagione e quindi stimolarvi alla presa. La domenica della caccia alla volpe era il giorno giusto per procedere, visto che avevo attirato a me Julien con il pretesto delle mille ghinee e lasciandovi libero corso. George, dopo questa mia, non credo che tra noi possa esserci altro rapporto, pur restando nella convinzione che voi ne avete beneficiato dal giusto compenso avuto dalle grazie di una diciassettenne senza macchia, oltre alle mie, naturalmente. Ora, per quanto avete fatto e ve ne sarò sempre riconoscente, non mi resta che comunicare a Julien il sapore deliziosamente gustoso del mio piatto freddo. Un bacio d’addio. Clotilde Marchesa di Essex ************** FINE

LA VENDETTA 6

8 September 1891 Poulton-le-Fylde, Thursday Caro George, non ero a conoscenza del vostro incontro, ma sposo pienamente la vostra teoria circa la complicità per cui, perdonate il mio ardire, sto mentalmente calcolando l’ora che intercorrerà tra la vostra meravigliosa serra e il letto, in modo da sincronizzarmi e partecipare attivamente con la mia fantasia alle vostre espansioni d’affetto e oltre. Considero la circostanza alquanto trasgressiva e fortemente erotica, che nulla togliendo alle nostre relazioni, per così dire esterne, prepara degnamente il nostro prossimo incontro. Non di meno è vivo in me quel sottile senso di vendetta tipicamente femminile, immaginandomi d’essere stata parte attiva alla deflorazione d’ogni centimetro di pelle che voi, mio caro Duca, vi accingerete a completare in barba alle accortezze nei riguardi di suo fratello Julien. Orbene, mi abbiglierò come se dovessi ricevervi, avendo cura di non trascurare alcun dettaglio alla stregua di un’amante impaziente, pronta ad essere polline e fiume, ma anche trofeo di una nostra personalissima caccia alla volpe. Le aggrada fissare il momento alle 5,45 pm? Sua Clotilde Ps. Se non ricevo risposta alcuna, considererò vincolante l’ora proposta. ************** Poulton-le-Fylde, Thursday Cara Clotilde, considero questa vostra richiesta un ordine e non mancherò, all’ora stabilita, di entrare in quelle grazie floreali spiegate al bisogno, ma la mia immaginazione mi porta a fantasticare situazioni ben più appaganti. Ebbene madame, sincronizzando al secondo i nostri tempi, vorrei che voi faceste altrettanto con l’aiuto fattivo di Julien o di chiunque altro abbia la benevola sorte di assaporare le vostre carni ben stimolate dal nostro intrigante patto. Aspetto vostre ulteriori istruzioni, anche tecniche, in modo che le due circostanze, seppur distanti qualche chilometro, abbiano specularmente la stessa intensità e lo stesso gemello appagamento. Sempre vostro, George Ps. Adoro il vostro modo di intendere il gioco e la vostra perseveranza nella ricerca del reciproco piacere. So bene che nessuna adolescente seppur esperta potrà mai raggiungere le vostre altezze e lo spirito esclusivamente disinvolto dei vostri passatempi. Men che meno Marianne, ma l’aver colto il suo fiore illibato con estrema facilità, la colloca nelle altezze più vertiginose dei miei interessi anche di natura non esclusivamente sessuale. Vogliate non considerare queste mie parole alla stregua di una ritirata. Onestamente vi posso confidare che qualunque sia la strada, il nostro cammino correrà parallelo. ************** Poulton-le-Fylde, Thursday Caro George, sono in partenza. Andrò per due giorni nell’Essex ospite di mia cugina Mary Ann. Purtroppo non potrò ricevere la vostra squisita corrispondenza, ma ho dato ordine al mio servitore di conservare segretamente le vostre missive. Al mio ritorno sarò lieta di rispondervi. Buona fortuna Clotilde **************

LA VENDETTA 5

7 September 1891 Poulton-le-Fylde, Monday Mio George ho preferito scrivervi oggi sulla mia terrazza che volge ad Ovest, immersa dal profumo delle mie rose bianche. Un leggero raggio di sole illumina il mio animo ben disposto, uno spiro lontano di vento salmastro tonifica i miei polmoni. Mio caro, avevo necessariamente bisogno di riflettere, e non vi nego che ieri notte, durante la lettura della vostra lettera, distesa sul mio letto, ho cercato di assopire invano i miei istinti, essendo stata io stessa l’artefice di quell’incontro. Ho notato la delicata accortezza con la quale avete sorvolato i dettagli più intimi pur decantando le doti della vostra giovane amante e asserendo più volte che tutto ciò faceva parte di un disegno concordato. Ebbene mio caro, fate attenzione, ho saputo da Julien che la ragazza ha solo diciassette anni e quindi quel vostro insistere fino alla meta può in qualche modo arrecarvi seri fastidi. Dunque, pur essendo spossata dall’intensa giornata trascorsa in compagnia di Julien, e soprattutto istigata da aculei di gelosia, mi sono lasciata andare sulle ali della mia fervida fantasia, congratulandomi con me stessa ed inorgogliendomi per averle già provate. Il pensiero di voi affaccendato nell’arte di amare, per giunta con una ragazzina che ha esattamente la metà dei miei anni, mi ha trovata indifesa e ricettiva, pronta a donarmi alle mie sole dita che, seppur esperte, non potranno mai competere con i vostri strumenti naturali. Lascio a voi immaginare la rotondità dei miei respiri e la profondità delle mie carezze, ma veniamo a noi mio caro, innanzitutto non posso che ringraziarvi per l’abnegazione dimostrata anche se so che la vista e il tatto di una giovane preda con un corpo ben fatto, non può che avervi provocato un immenso e succulento piacere. La notizia in sé non può che lusingarmi, anche se il mancato chiarimento dei doni e delle continue frequentazioni in pubblico, ammantano di mistero questo ancor più insolito rapporto. Mi chiedo quale sia la ragione di tanta sfrontatezza, se tra loro non vi è alcun interesse sessuale e affettivo. Spero che a breve la ragazza si decida a fornirvi altri elementi più significativi, per il resto, come al solito, combattuta tra conoscenza e gelosia, pendo dalle vostre labbra non ponendo alcun ostacolo ad un vostro ulteriore incontro. Con smisurato affetto Clotilde Ps. Ho fondati elementi per dedurre che passerò il prossimo week-end in completa solitudine. Se voi foste disponibile potremmo portare a termine ciò che abbiamo lasciato in sospeso la volta scorsa… ********** Poulton-le-Fylde, Monday Mia cara amante, non smetterò mai di ringraziarvi per essere stata la causa di quell’incontro e per avermi condotto tra quelle fresche e dolci labbra che ancora questa mattina, per la loro inesperienza, sentivo premere e turbare i miei sensi. Ho letto degli aculei, gli stessi che vi ho accennato non appena seppi di Julien, ma credo che la nostra complicità non debba mai rappresentare un intralcio alle nostre relazioni esterne, anche se devo darvi merito che, relativamente a Marianne, avete colto il giusto senso e sicuramente la giovane ricalca un caso anomalo di difficile collocazione. Giusto in questo momento ho ricevuto dal mio servitore la conferma sperata. Incontrerò Marianne sabato prossimo con la remota speranza, che il the alle cinque nella mia serra di piante tropicali, dia le risposte che tanto attendiamo. Con affetto George Ps. Riguardo il nostro prossimo incontro, come voi sapete, non lascio mai nulla di incompiuto e specialmente se si tratta di regioni femminili mai da me esplorate. Sento già il sapore del vostro fiore che dolciastro fa da richiamo come il polline per l’ape. Sento altrettanto fragrante il deflusso delle vostre copiose voglie che tracimano imponenti come l’Avon alla foce. E’ sempre fervido in me il desiderio di ciò che abbiamo trascurato la volta scorsa, in quanto, nel gioco, non era compreso nei patti delle mille ghinee. Ma ora che abbiamo avuto modo di chiarirlo, immagino ad occhi aperti la circostanza con la brama dei sogni all’alba, anche se, per evidenti motivi e con forte rammarico, mi vedo costretto a rimandare. **************

LA VENDETTA 4

6 September 1891 Poulton-le-Fylde, Sunday Madame, ho urgenza di parlarvi. Non so se siete ancora tra le grazie di Julien… si fa per dire… ma ho delle novità importanti delle quali vorrei farvi immediatamente partecipe. Rispondetemi presto. George Duca di Rutiland Ps. Ho dato istruzioni al mio servitore di attendere la vostra risposta prima di rimettersi in cammino. ********** Poulton-le-Fylde, Sunday Mio caro George, purtroppo l’ora tarda non mi permette di farvi visita e una signora dabbene per nessun motivo si avventurerebbe per strade notturne che per giunta volgono fino alla casa del proprio amante. Qualunque sia il motivo della vostra reticenza, vi concedo di riferirmi con lo stesso mezzo. Attendo con ansia notizie. Clotilde ********** Poulton-le-Fylde, Sunday Madame, perdonate la ceralacca, ma non avrei mai potuto consegnare al mio servitore questa mia aperta. Quello che sto per dirvi è estremamente confidenziale e per quanto abbia avuto modo di accertare completamente veritiero. Mentre gli ospiti si dilettavano nella caccia alla volpe e le affascinanti signore, smarrite nel mio intricatissimo labirinto di siepe d’alloro venivano intrattenute da giochi e scherzi d’acqua, ho trascorso una piacevole giornata con la signorina Marianne. Ma solo dopo che gli ospiti sono andati via ho avuto modo di approfondire ciò che più stava a cuore ad entrambi. Come da vostre istruzioni, una volta soli, comodamente seduti in terrazza, ho fatto leva sulle tecniche più persuasive, decantando la sua bellezza e declamando il mio interesse autenticamente platonico nei suoi confronti. La ragazza, all’inizio incredula, guardava distante i filari grigiastri di abeti che segnano i confini della mia tenuta. Senza guardarmi negli occhi lentamente si è sciolta accogliendo le mie dita che ad arte giocavano e stringevano con fare apparentemente distratto i polpastrelli della sua mano sinistra. Solo quando le ore volgevano all’imbrunire e sempre con la precisa intensione di ottenere la confessione sperata, ho invitato la gradita ospite nei miei appartamenti privati. Or dunque madame, non avendo percepito la benché minima resistenza, il passaggio nella stanza da letto, che voi ben conoscete, è avvenuto in modo molto naturale. La sua bocca era ben disposta, le sue labbra erano fresche e frizzanti come una fonte per un assetato, i suoi seni picchi da scalare, la sua pelle un velluto da accarezzare come un petalo di rosa. Al culmine delle nostre effusioni, Marianne spontaneamente si è lasciata andare, confessandomi che se la mia passione fosse andata oltre, per lei sarebbe stata la prima volta in assoluto. Non credendo alle mie orecchie, e per meglio esaudire il vostro e in quei frangenti anche il mio desiderio, sono andato personalmente a verificare incontrando le tipiche adolescenti resistenze femminili. A quel punto non ho potuto esimermi dal chiedere le dovute spiegazioni sul tipo e la natura del rapporto tra la ragazza e vostro marito. La signorina, trasalendo, è letteralmente esplosa in una fragorosa risata dandomi del pazzo e asserendo solennemente che tra loro due non v’è mai stato alcun rapporto né di tipo sentimentale, né tantomeno sessuale. Data l’illibatezza riscontrata poco prima, ho cercato di conoscere se fossero dediti ad altri tipi di effusioni. Marianne questa volta sdegnata ha giurato su quanto di più caro, che vostro marito non l’ha mai sfiorata neanche con un dito. Perplesso da quelle parole ho cercato di sapere quanto meno il motivo dei preziosi regali e delle frequentissime apparizioni in pubblico. Al che ho visto il suo volto arrossire e subito dopo con fare sbrigativo coprire le sue nudità, pregandomi di farla accompagnare, non prima di avermi offerto la sua bocca voluttuosa. Ho dato immediatamente ordine alla servitù di predisporre la carrozza ed accompagnare la signorina a casa. Marianne, mentre scendeva le scale, mi ha ringraziato per lo stupendo pomeriggio pregandomi di non farne cenno con suo fratello Julien. Madame sono spiacente di non essere stato in grado di avere ulteriori spiegazioni e l’informazione ricevuta, pur sollevando alcuni dubbi, non chiarisce la situazione. Mi riprometto a breve di invitare nuovamente la signorina Marianne con il preciso intento di conoscere quanto meno la causa di quel rossore sul viso. Con deferenza George **************

LA VENDETTA 3

5 September 1891 Poulton-le-Fylde, Saturday Buongiorno mio caro Duca, mentre consumo la prima colazione seduta nella veranda, osservo compiaciuta il cielo terso e il sole del mattino, dopo giorni di pioggia e di grigiore, il mio pensiero vola fino a Voi, così lontano eppure a me vicino... Le mie rose bianche riprendono a sbocciare, anche se titubanti e timorose, che vento e pioggia con inclemente foga, neghino loro quello che gli è dovuto. E l´eco del profumo delle rose è già arrivato a voi, per rammentarvi il nostro ultimo incontro.... So che nessuna mai aveva reso complice una rosa facendovi tremare di piacere, sfiorandovi le labbra e quanto altrove, con la sua bocca ardente di color scarlatto, seguita ed alternata come un´onda, da petali sensuali e vellutati, che bianchi e profumati si tingono di rosso e di passione. Perdonate questa mia, ma avevo voglia di confidarvi il mio stato d’animo e rendervene partecipe in attesa della giornata di domani. A presto Clotilde ********** Baia di Morecambe, Saturday Mia Cara Marchesa, sento l’odor bianco delle vostre rose misto all’effluvio umido e imbrunito del mare. Come mi par di sentire una dolce musica distante, simile al punto di rosso della passione, al canto dei vostri seni. Sono diesis e bemolle che s’alternano ai vostri respiri, sono lunghe pause che ingrassano parole. Mai siffatte figure hanno abbellito i miei occhi, mai siffatto velluto ho avuto modo di assaporare. Mi par di vedere i vostri seni, mi par d’ascoltare i vostri sospiri, sanno d’amata e d’amore, di coppa a sorsi interrotti, per meglio gustare l’arsura d’amore, per sempre saziare nei letti disfatti, la voglia che gemma all’incanto di un tocco. Sento il vostro stato d’animo, riconosco la vostra impazienza, a onor del vero madame, per la stessa causa all’alba di questa mattina sono partito per il mare. Rimanere a pochi passi da voi mi avrebbe reso schiavo della tentazione e servo della gelosia. Anch’io ripenso a quel pomeriggio, come non potrei? Il mio pensiero libero cavalca l’onda del desiderio, attratto dai vostri doni. La vostra pelle, le vostre labbra, preziose quanto la seta più fine che i mercanti d’Oriente nascondono in fondo ai carichi più grandi e tengono in serbo per la prescelta del Sultano. Il Cielo sa quanto ora vorrei baciare quelle labbra turgide e carnose di passione e quanta saliva potrebbe accogliermi senza risparmiarsi al desiderio. Da questa terrazza vedo una torre antica affacciata a picco sul mare. Ebbene Madame, io vi immagino lì, legata e prigioniera di grosse catene che simboleggiano il nostro amore e pronta a sfidare i predoni del mare semmai Ve lo chiedessi, semmai me lo chiedeste. Certo sì, li conosciamo, hanno volti anonimi, tutti uguali, ma corpi tatuati e muscoli da pirati. I loro tatuaggi raffigurano notti d’amore, scene di vizio e sesso, donne e concubine barattate per un carico di perle, per una stiva di ginepro ed assenzio. Madame… qui il cielo non promette nulla di buono, ma io vi scrivo, e questo mi dà pace e speranza di vedervi al più presto. Il vostro Duca ********** Poulton-le-Fylde, Saturday Caro amico George, le nostre lettere si intrecciano a ritmo incalzante, i nostri servitori sono ormai a corto di fiato per saziarci in fretta di parole, soggiogati dalle emozioni. E la brama corre altrettanto in fretta verso una sola meta, la mia, la vostra. Non lo nascondo mio caro Duca, lungo la mia schiena corre un sottilissimo filo di gelosia, simile al vostro, ma so perfettamente che domani il vostro compito sarà per lo meno arduo. Per quanto ne sappia, la ragazzina è completamente asservita a mio marito e voci sicure mi riferiscono che ne è pazzamente innamorata. Ma, altrettanto confido, con il suo savoir faire di uomo esperto che sa misurare le parole ed al momento opportuno distogliere la giovinetta da qualsiasi grillo per la testa per poi affondare nei modi gentili e a voi congeniali. Sua Clotilde Ps. Sapevo che Julien non sarebbe stato presente, visto che passerà l’intera giornata insieme a me. Ebbene mio caro Duca, ora che ho svelato la mia compagnia e la mia debolezza per quel ragazzo, vorrei che tra noi non cambiasse nulla. ********** Baia di Morecambe, Saturday Madame, mi ero ripromesso di non scrivervi fino a domani sera dopo la caccia alla volpe, ma il mio impeto ha preso il sopravvento e la notizia di Julien ha letteralmente scompaginato le mie sicurezze. Or dunque, dopo alcune ore di meditazione sono arrivato alla conclusione, che non c’è mai stata una tacita coda ad attendervi, ma che certi pettegolezzi sono stati messi in giro ad arte da voi stessa per coprire la vostra relazione con il fratello di Marianne. Quindi siete l’amante del fratello dell’amante di vostro marito? Geniale come intreccio, ma ciò che più angustia il mio animo sono le vostre lamentele verso vostro marito per quella sguattera, figlia del popolo, vostre parole madame, che, perdonate il mio ardire, sarebbero adatte anche nei confronti del vostro gigolò. Avete costruito su voi stessa un personaggio su misura e ve ne rendo atto, forse le mille ghinee facevano parte del gioco o al più presto cambieranno di mano come giusto compenso di una domenica dedicata interamente a voi. Perdonatemi madame, vogliate considerare queste mie parole come un mero sfogo. Sono ancora qui mia cara, dalla finestra vedo il mare, odo lo strascichio dell’acqua e quel lento risucchio che dà benessere ed ansia. Lo paragono a voi, Clotilde, così lontana e così vicina, così docile e recalcitrante. Il ricordo del nostro incontro mi dà certezze ma allo stesso tempo mi rende insicuro, immaginandovi già in altre braccia seppur non di maschio e men che meno aristocratiche ed adulte. Vorrei porvi la stessa domanda che voi tra le righe avete fatto a me. Cosa mai si può trovare tra braccia borghesi, quale eleganza, quale finezza possono mai albergare in mani cosparse di calli costrette alla bisogna ad essere usate con l´unico scopo di guadagnarsi da vivere? Vi penso Il vostro duca ********** Poulton-le-Fylde, Saturday Mio George, nonostante la vostra ultima, vi penso e a maggior ragione sono convinta che la mia onestà alla fine avrà la giusta ricompensa. La risposta ai vostri dubbi è semplicissima e mi sorprende che il vostro esperto savoir vivre non ci sia ancora arrivato. Voi siete il primo in assoluto a conoscere questa storia, e quindi va da sé che le mie lamentele nei confronti di mio marito sono rivolte esclusivamente alla sua mancanza di discrezione. Per il resto, come ho avuto modo di dirvi, da parte mia non c’è alcuna condanna morale visto che sono anni e precisamente dalla nascita del mio ultimo figlio, che con mio marito non esiste alcun rapporto di letto. Non è semplice spiegarvi per queste vie le motivazioni che mi hanno condotta ad accettare la corte a volte spregiudicata di Julien e successivamente a cadere nelle sue braccia dopo l’ennesimo litigio con mio marito. Ciò che mi rincuora, e la prego di farne tesoro, è la leggerezza che ora sento nel mio animo. Sono sicura che questa confessione e le altre che farò a breve siano l’inizio di una grande storia. Sento il mare, mio caro, esattamente lo stesso che in questo istante inonda la vostra anima. Forse non saremo mai dei naufraghi, come mai ci sarà permesso di vivere su un’isola deserta, ma vedo nitidamente quelle scene di sesso tatuate su quei corpi, vedo quei pirati e il mio divincolarmi senza per questo fuggire. La vostra esperienza mi fa femmina consapevole, il vostro ardore una principiante. Vostra Clotilde **************

LA VENDETTA 2 E' UN PIATTO CHE VA SERVITO FREDDO

4 September 1891 Poulton-le-Fylde, Friday Caro George, perdonatemi questa licenza di chiamarla solo per nome. Ho riletto la vostra prima lettera che conservo gelosamente da due giorni tra la morbidezza del mio seno. Ebbene, il solo contatto mi fa rivivere quelle vostre maschie irrequietezze e le nostre effusioni corrisposte di baci e carezze lungo le nostre sete. E’ inutile negarvi che mai prima d’ora m’era accaduto di serbare nella mia mente e nel mio corpo il pensiero fisso di un pomeriggio. Ancora sorpresa dalla vostra resistenza e dal vostro vigore credo sia necessario rivedervi al più presto sempre che il Cielo sia benevolo e gli avvenimenti possano offrirci l’occasione sperata. Nonostante mio marito Maurice sia sempre indaffarato e molto lontano dai miei appartamenti, non credo sia ragionevole invitarvi qui nel mio salotto, nonostante apprezzi con tutta me stessa la vostra esuberanza e l’arsura d’amore nonché la temerarietà che noto nella vostra missiva. Orbene mio Duca, vengo ai fatti, mio marito Maurice ha perso la testa per una sguattera da quattro soldi, perdonatemi il termine, ma non trovo altra parola che descriva fedelmente la sua condizione e il mio giudizio. Dicevo, mio marito non trova di meglio che passare con questa signorina, figlia del popolo, le sue ore migliori. Lei accetta volentieri la sua corte e ahimè chissà quant’altro, ottenendo in cambio ori, vestiti, cavalli e perfino una carrozza. Da qualche tempo i due rasentano l’impudicizia facendosi tranquillamente vedere in pubblico. Ebbene, ho saputo che la prossima domenica voi avete organizzato una caccia alla volpe nelle vostre terre mettendo a disposizione degli invitati la vostra stupenda scuderia equestre e la famosissima muta di Beagle. La signorina Marianne accompagnerà mio marito. Ed ecco la mia umile richiesta mio caro George... Visto che in qualità di padrone di casa non parteciperete alla gara, dovreste avvicinare questa figlia del popolo e lasciarvi andare ad una conversazione piacevole mantenendo sempre chiaro l’obiettivo. E’ inutile ripetervi che si tratta esclusivamente di etichetta nel preciso intento di mantenere sempre in alto il buon nome del mio casato. Non si tratta di gelosia, me ne guarderei bene! Con affetto Clotilde Anyworth Marchesa di Essex ********** Poulton-le-Fylde, Friday Cara amica, conosco la signorina in questione ed ho avuto modo di apprezzarla al ricevimento della Festa di Primavera negli splendidi giardini di Wherthouse. Marianne, anche in quell’occasione, era accompagnata da vostro marito e da suo fratello Julien. Sfoggiava un importante decolté oltre ogni lecita misura ottenendo il doppio scopo di far rabbrividire le numerose ospiti ed accentrare su di sé sorrisini, pettegolezzi e attenzioni varie. Evito di riferire i commenti succulenti e piuttosto diretti delle signore presenti e dei loro rispettivi consorti. Ricordo lo stupore mio e dei miei conoscenti alla vista dell’anello che ingentiliva la mano della ragazza dal valore inestimabile oltre a un meraviglioso collier di antica fattura. Ben inteso sia il collier che l’anello erano di raffinata lavorazione, ma le movenze goffe della signorina, direi consone al suo ceto sociale, la facevano apparire, come dire, più una di quelle che una concubina. Mia cara, come potrei mai non rispondere ad una vostra richiesta di aiuto? Inavvertitamente ero a conoscenza dei fatti e vi giuro in varie occasioni, se non fosse stato per le nostre riservatezze, ero sul punto di riferirvi ogni particolare. Se voi vorrete, e se il mio ardire non infrange l’etichetta dei nostri confini, sarò lieto di farne oggetto di conversazione nel nostro prossimo incontro, tra i piaceri della carne ed i diletti dell’intrigo. Dunque madame, ogni vostro desiderio è un ordine, per cui mi attiverò sin da ora, inviando un telegramma di invito diretto alla signorina Marianne in qualità di gradita ospite, anziché di accompagnatrice di vostro marito. Vostro George Duca di Rutiland ********** Poulton-le-Fylde, Friday Mio caro Duca, non avevo dubbi che voi, uomo sopraffine e di mondo, ne foste a conoscenza, sapendo addirittura i dettagli intimi. Vi ringrazio anticipatamente per la intrigante proposta con il dichiarato obiettivo di trasformare quei dettagli da oggetto di cruccio a stuzzicante materia di piacere. Adoro il vostro ardire e sinceramente credo che le nostre anime abbiano avuto modo di incontrarsi molto prima di quando sia successo realmente ed abbiano avuto in sorte la medesima educazione al diletto del piacere effimero. Vi prego mio Duca, non vi irrigidite (è consentita la diretta allusione nonché il vostro sardonico sorriso), so che quando si parla di anime si entra in un terreno paludoso, ma mi sento in obbligo di rassicurarvi… i patti sono patti. A presto Clotilde Ps. Aspetto con ansia vostre nuove. Vi prego di scrivermi sin da domenica sera dopo la caccia alla volpe. In assenza di mio marito passerò tutta la giornata in compagnia di un amico. Da dopo l’imbrunire metterò a disposizione un servitore per il recapito della mia missiva. ********** Poulton-le-Fylde, Friday Madame, perdonate il mio ardire, so ben chiaramente che a quest’ora non dovrei mai scrivervi ed è assolutamente sconveniente farvi recapitare questa mia dal servitore, ma dopo due ore di passeggiate nel parco non ho potuto fare a meno di farlo. Orbene madame, il mio stato d’animo mi impone di farvi partecipe e dirvi senza tanti giri di parole, che la presenza di un altro uomo, nonché l´assenza di riferimenti, mi rendono inquieto, impedendo soprattutto alla mia mente di vagare su ali più sicure. Spero con tutto il cuore che l’amico in questione faccia già parte di quella coda muta che aspetta pazientemente il turno e che non sia una nuova conquista. Vi prego Clotilde non me ne vogliate, ma dopo quel pomeriggio mi assale, quando penso a voi, un senso impellente e irrefrenabile di possesso di carne e d’anima. In questi casi, come ritengo voi sappiate, l’esclusiva è una componente imprescindibile. Come un fedele servitore, ho giustappunto esaudito il vostro desiderio, pur sapendo che le vostre attenzioni in quel momento saranno dirette verso altri occhi ed altra muscolatura che spero bene siano all’altezza della vostra meravigliosa sensualità e delle vostre incommensurabili grazie. Orbene, Marianne scrive che si sente onorata per l’invito diretto e che si rammarica di non poterlo estendere al fratello Julien, precedentemente occupato in altri impegni non prorogabili. Quindi come da vostri ordini Madame, la signorina sarà oggetto delle mie più calde e minuziose attenzioni. Vostro George Ps. Comunque andrà, desidero sappiate che vi volevo ancor prima di conoscervi, lo esigeva la mia presunzione. Tutte le volte che ci siamo visti e voi eravate immancabilmente accompagnata da vostro marito vi desideravo oltre misura ed alla vostra vista mi sentivo ogni volta dominato dal mio desiderio. Il vostro seno, il vostro sorriso, perfino il vostro ventaglio non sono mai e poi mai passati indifferenti ai miei occhi. Ora posso dirvi senza alcun timore di apparire ridicolo, che mai ho provato a limitarmi quando il pensiero di voi mi accoglieva nel mio letto solitario. **************

LA VENDETTA E' UN PIATTO CHE VA SERVITO FREDDO

2 September 1891 Poulton-le-Fylde, Wednesday Mia cara Marchesa, vi invio questa mia a suggello del nostro primo pomeriggio insieme. Vi prego di scusare la mia temerarietà, ma ho dato precise istruzioni al mio servitore di consegnarla esclusivamente nelle vostre preziose mani. Ah le vostre mani! Mai, nella mia vita, avevo avuto modo di apprezzare siffatta morbidezza, mai quel velluto sulla mia carne addolcita da un’unica inconsueta cedevolezza femminile. Madame, la vostra fama era già ben nota in tutta la contea del Lancashire e la vostra eccellenza aveva di gran lunga superato i confini della nostra amata terra, avvolgendosi di un alone d’afrodisiaco mistero e d’inusitato fascino. Mai avrei immaginato che quel passaparola di bocca in bocca, d’albero in albero, di fiore in fiore avesse riportato così fedelmente le vostre doti, le vostre grazie così genuflesse e così superbe al cospetto del nostro vizioso ardire nel fine ultimo del solenne e appagante godimento reciproco. Mentre vi scrivo mi par ancora di sentire le vostre parole esperte, dissolute d’amore, i silenzi delle pause sospese, il profumo licenzioso del vostro seno, le essenze lascive dei vostri copiosi orgasmi al sapore denso e corposo di frutta esotica. Mia cara marchesa, in questo preciso istante sto annusando i miei polpastrelli, il dorso della mia mano alla ricerca insperata di tracce di quell’effluvio che, se non fosse un’uggiosa giornata di inizio Settembre, crederei davvero di essere tra i germogli ed i peschi in fiore di un Aprile alle porte. Guardo dalla finestra e ammiro ancora il vostro viso apparire, scontornato tra le foglie delle grandi magnolie, degli arbusti umidi sempre verdi che al vento cedono alle sfumature grigie dell’orizzonte, alle moltitudini di tonalità di un tardo pomeriggio, all’imbrunire. Seguo con il dito indice il vostro profilo dolcemente increspato al piacere e mi sembra impossibile averlo condiviso dietro queste tende che ondeggiavano leggere alle carezze degli spiri autunnali dentro questa alcova, sopra quella seta di pelle e lenzuola. Mi guardo allo specchio, trattengo il respiro e non ho timore di dirvi che in un impeto animalesco di maschio mi sento orgoglioso di essere stato l’artefice di quei continui sussulti che ancor ora riecheggiano distinti tra queste pareti. Mia cara marchesa, avverto un impercettibile sgomento nel vostro cuore, non vi preoccupate, i patti sono patti, e vi prego di credermi, non mi sto innamorando di voi, ma non posso fare a meno di pensare al prossimo incontro che, se dipendesse solo dalla mia persona, sarebbe già avvenuto o quanto meno prossimo, lungo queste ore che volgono all’incupire di una sera che ahimè passerò in assenza della vostra gradita compagnia. Lo so, lo so che sono passate solo alcune ore, come so che dovrò pazientare per riavervi, perché altri contendenti sono già in tacita coda, muta e fremente, in attesa di un vostro cenno, di un vostro fugace capriccio che ne sentenzi e ne regoli l’umore e le voglie. Fate attenzione Madame, anche se so che la vostra proverbiale accortezza non ha bisogno di consigli! In giro ci sono molti millantatori che si vantano di ricchezze, titoli e terre che non hanno mai posseduto, ma per avervi, per portarvi fra le loro vane lenzuola, sono disposti a giocarsi l´onore e la reputazione. Conosco le vostre momentanee difficoltà finanziarie e sarei onorato di poter accettare ogni vostra richiesta. Perdonatemi se ne faccio cenno, ma sappiate che il vostro corpo, la vostra sensualità valgono molto più delle mille ghinee pattuite e che volentieri raddoppierei la somma per farvi comprendere tutto il mio interesse. So che siete sposata, che siete madre di due maschi poco più che adolescenti e nel mio cuore immagino quanto ogni giorno vi spendiate affinché la conoscenza della vostra condotta non travalichi quei letti che magicamente scaldate. Vi prego di rispondermi a breve e di avanzare per lettera la richiesta di quel favore, solo accennato per mancanza di tempo, e sarò ben lieto di esaudire ogni vostra preghiera, voglia o capriccio che sia. Vostro George Duca di Rutiland ********** Poulton-le-Fylde, Wednesday Caro Duca di Rutiland, quelle ore le ricordo ben volentieri, ma, mi perdoni, non è una missiva che possa suggellare quell’incontro. Spero a breve di rendermi nuovamente disponibile in modo da fortificare nelle nostre carni quelle sensazioni ancora vive. Anche la vostra fama era giunta alle mie orecchie e piacevolmente ho avuto modo di riscontrare le vostre doti di amante davvero inconsuete in tutta la contea di Essex. Come voi ben sapete, i doveri di madre e la cura maniacale dell’etichetta di mio marito Maurice non mi consentono di essere pienamente libera di muovermi esaudendo solo le mie esigenze. La tacita e fremente coda non sarebbe un ostacolo ed i vostri generosi doni annullerebbero la maggior parte dei miei impegni o li collocherebbero nel giusto ordine. Guardo anch’io fuori dalla finestra la sterminata landa uggiosa e sento tangibile l’odore delle grandi magnolie e della nebbia che penetrava leggera nella vostra stanza e magicamente faceva da culla e da nuvola alle nostre effusioni in balia della nostra passione. M’illudo di scorgere oltre la grande siepe che divide i nostri domini, la sua casa e la finestra di quella stanza dove a breve, non temiate, saprò essere nuovamente il vostro desiderio fatto di carne e di forma, fatto di femmina che tanto e tanto avete magicamente e sorprendentemente apprezzato nonostante la mia età sia di gran lunga più esperta delle tante fanciulle che allietano i vostri giorni. Mi sembra ora di vedere il vostro ghigno di disapprovazione, ma non temete mio caro Duca, sono io ad essere orgogliosa per aver potuto conoscere la vostra casa, la discreta e zelante servitù e soprattutto la vostra euforia al cospetto della mia persona. Sarà ben difficile dimenticare la vostra espressione di giubilo alla vista delle mie trasparenze e l’impazienza delle vostre dita incredule che indugiavano sulla mussolina e il pizzo. Ho notato anch’io un coinvolgimento che andava oltre i nostri ruoli, il nostro patto, e non c’è pudore da parte mia, chiamarlo amore o comunque voi vogliate. Non c’è indecenza sentirlo se, mio caro Duca, è inteso come desiderio di essere irresistibilmente desiderati oltre qualsiasi convenzionale morigeratezza. Voi lo avete fatto ed io ripagherò presto la vostra esuberanza, l’abbondanza dei vostri gesti, ricchi e dotti d’esperienza vissuta. Mio caro Duca, le mille ghinee erano il giusto dono per entrare nelle mie grazie, ma voi ben sapete che la mia richiesta aveva una premura più impellente. Orbene, vista la delicatezza dell’argomento, sarà mia cura spiegarvi in sintesi la mia richiesta, rimandando ad un successivo incontro la cura dei dettagli che tanto amate. Per ora consegnerò al vostro servitore queste poche righe. Seguirà altra mia. Con affetto Clotilde Anyworth Marchesa di Essex ********** Poulton-le-Fylde, Wednesday Mia cara marchesa Clotilde, anche a me fa piacere chiamarlo amore perché noi siamo certi che l’amore che vantiamo come la causa dei nostri piaceri, non è in realtà che il pretesto per l’abbandono delle nostre carni, desiderose di una coltre di sentimento che veli la vera essenza dell’istinto e rechi con sé quella leggiadria che effimera ci investe ogni qualvolta la passione arma la mano dell’attrazione. E non ci sono vittime e carnefici quando la chiarezza del letto scontorna le ambiguità della sfera affettiva lasciando all’impulso l’intero campo di battaglia. Chiedo il vostro perdono madame, se mi sono lasciato andare a questa breve riflessione che libera il campo da qualsiasi altra mira se non le mille ghinee e la voglia del maschio di nuovo intatta. Non vi nascondo che ora, al cospetto della penombra di questo meraviglioso giorno ormai alla fine e in barba all'effervescenza di qualsiasi altra giovane donna, la tensione del mio corpo prende la sola direzione di sud-ovest e con euforica vigoria si ferma al primo piano della vostra incantevole casa, le vostre colonne neoclassiche di vittoriano stampo, i vostri appartamenti affacciati sulle conifere sempreverdi, dove ora credo voi stiate scrivendo. Domani sarà luna nuova e dalla mia terrazza vedo nitidamente l’alone che tondo ospiterà notte dopo notte le biancastre forme morbide e sensuali. Ecco madame, seppure dovessi aspettare ventotto giorni, mi accontenterei di una sua parola che marcasse sul nostro calendario la certezza di un giorno. Aspetto con impazienza vostre nuove. Con smisurata devozione Vostro George Duca di Rutiland **************