domenica 30 settembre 2012

Il mestiere e l’arte del cantastorie

Una vita nomade per diffondere la cultura Le origini del cantastorie sembrano collocarsi lontano nel tempo, per una storia singolare vista dalla parte del popolo. Artista di piazza e valido affabulatore, era anche poeta, saltimbanco, clown, musicista e, a suo modo, cronista. Si muoveva da un luogo all’altro, tanto da arrivare nei paesi più sperduti dell’entroterra della nostra e di altre regioni, per portare il suo repertorio sia di storie antiche, spesso rielaborate, che di fatti e avvenimenti dell’immediato; storie che entravano a far parte della cultura della collettività. Il cantastorie, per le sue cantate, usava accompagnarsi con la chitarra o la fisarmonica e, nei tempi più remoti, con la lira. Durante il suo repertorio, davanti ad un folto pubblico, si aiutava con un cartellone che riportava, a livello figurativo, la storia descritta in scene. Con il suo semplice linguaggio riusciva a suscitare emozioni ed era considerato il portatore di una cultura accessibile a tutti; il popolo, specialmente quello analfabeta, vedeva in lui una fonte di riferimento per giungere alla conoscenza sia degli avvenimenti antichi che degli avvenimenti che accadevano in posti più lontani. Le persone accorrevano nelle piazze anche per ascoltare storie di fatti politici presentate in rime e la loro diffusione era automatica. Il cantastorie tramandava così oralmente le storie che viaggiavano di bocca in bocca e molto spesso, grazie a questo lungo viaggio, subiva delle trasformazioni tanto da allontanarsi dalla realtà per divenire leggenda. Nel suo essere artista di piazza, il cantastorie utilizzava come palcoscenico una piccola panca su cui saliva per raccontare le sue storie e far ascoltare la sua musica mentre i presenti davano le loro offerte in denaro o acquistavano dei foglietti volanti con la descrizione della storia che il cantastorie distribuiva agli interessati; per far comprendere meglio utilizzava anche cartelloni e canzonieri illustrati. Era solito animare anche le feste popolari, le feste nuziali e, nei tempi più vicini a noi, anche i battesimi e le cerimonie religiose. Il cantastorie, con la sua vena poetica, ci porta indietro nel tempo a quando i menestrelli del Medioevo e i musici ambulanti cantavano le antiche grandi gesta o importanti prodigi. Dai trovatori del Medioevo, dalla scuola poetica siciliana e dai rapsodi greci ha saputo ereditare la centralità della sua figura nella cultura popolare, tanto da crearsi sempre uno spazio palcoscenico di rilevante importanza. Questo artista di piazza, con il suo insolito mestiere, sembra partire anche dagli Histriones romani per giungere il primo Novecento quando, dal ‘30 al ‘60, si ebbe il periodo più intenso del suo proporsi nelle piazze, nei mercati e nelle sagre creando anche un calendario canzoniere. La massima fioritura la ritroviamo nel XVII secolo quando il cantastorie fu appoggiato dalla Chiesa perché diffondesse nelle piazze e, specialmente tra il popolo analfabeta, le storie bibliche e le storie dei santi; gli stessi Gesuiti nel 1661 formarono la Congregazione dei “Cantori Ciechi” che, suonando uno strumento, cantavano vari temi religiosi con l’approvazione ecclesiastica. Le sue singolari informazioni non avevano mai carattere politico e, a partire dal XIV secolo, iniziò ad allontanarsi dalla letteratura più colta dei periodi precedenti per iniziare a diffondere storie in dialetto o cantiche tramandate o inventate da lui stesso sugli avvenimenti del momento. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il cantastorie ebbe un grande successo anche nelle sagre e nei mercati. Sembra trascorso molto tempo, ma questa magica figura è ancora viva nel ricordo dei nostri nonni.

mercoledì 8 agosto 2012

IL MESTIERE ANTICO Novecento

Il fenomeno inalienabile Indipendentemente dalle varie legislazioni in Europa e nel mondo, la prostituzione, è considerata un fenomeno inalienabile, concepita come comportamento individuale lecito. Di contro viene comunemente condannato lo sfruttamento organizzato. Nel 1949, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la “Convenzione per la soppressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione altrui”, affermando che la prostituzione forzata è incompatibile con la dignità umana, richiedendo a tutte le parti coinvolte di punire i protettori e i proprietari dei bordelli e gli operatori e di abolire tutti i trattamenti speciali o la registrazione delle prostitute. La convenzione fu ratificata da 89 paesi ma la Germania, i Paesi Bassi e gli Stati Uniti non parteciparono. Italia Nei primi anni del nuovo secolo e soprattutto con l’avvento della cultura fascista i bordelli (chiamati così perché situati ai bordi delle città) diventano icone di virilità e celebrazione del maschio. Il funzionamento delle case chiuse era molto semplice. La tenutaria generalmente ex prostituta, reclutava le "pensionanti". Generalmente rimanevano quindici giorni. Prendevano il 50% della marchetta, il resto andava alla tenutaria. Il numero delle prestazioni giornaliere di ciascuna prostituta si aggirava attorno alla quarantina e il pagamento era sempre anticipato. Le ragazza dovevano essere titolari di un libretto sanitario, in assenza del quale non era possibile lavorare. Le visite mediche erano frequenti, in caso di riscontro di malattia l'interruzione dell'attività era immediata. Le ragazze attendevano nei salottini in attesa che qualcuno le scegliesse. Non potevano rifiutarsi. L’attività era concentrata particolarmente nel pomeriggio e la sera. Le case chiuse furono definitivamente chiuse nel 1958 quando entrò in vigore la legge Merlin. Questa legge, secondo la sua ideatrice, si proponeva il lodevole scopo di ridare dignità alle donne, di cancellare la vergogna dello Stato imprenditore delle donne schiave, di mettere un freno alla prostituzione. Fu vietato quindi lo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione, ma non la prostituzione stessa in quanto fatto privato. Il 20 settembre 1958 furono chiuse ben 560 case d’appuntamenti con oltre 3300 posti letto frequentate ufficialmente da 2705 ragazze registrate come prostitute professionali che contribuivano ad un fatturato totale di circa 15 miliardi di vecchie lire. La prostituzione quindi non viene considerata un reato ma un comportamento individuale lecito fino a quando nel 2002 il governo di centro-destra con un disegno di legge ha proposto di cambiare la legge Merlin a causa dell’aumento delle prostitute nelle strade. La legge prevede sanzioni fino a 4mila euro per il cliente e fino a 1.000 euro più l'arresto da 5 a 15 giorni per le prostitute. Di fatto la prostituzione torna ad essere illegale. Negli ultimi anni vi è la tendenza a esercitare l’attività con clienti abituali nelle abitazioni private dove è maggiore la percezione di sicurezza, fuori da ogni logica di sfruttamento. Con l’avvento della immigrazione straniera la maggior parte continua a battere il marciapiede raccogliendo in strada i clienti. Si tratta generalmente di prostitute provenienti dall’Africa (in particolare Nigeria), dall’Est Europa e donne cinesi in condizione di clandestinità. Secondo una recente indagine le professioniste del sesso sono oltre 50.000 (cifra per difetto che non comprende almeno il doppio sfuggito ai controlli e le infinite strade del multimediale) quasi tutte donne (94%). Si calcola che solo a Roma e Milano siano presenti ogni notte almeno seimila ragazze. Il 20 per cento ha meno di 18 anni. Il 10 per cento è costretta dietro minaccia a svolgere questo mestiere. Il 65 per cento di chi vende il proprio corpo lavora sulla strada. 9 milioni sono i loro clienti di cui il 70 per cento coniugati. Chi va con una prostituta, afferma di farlo per solitudine o per difficoltà a instaurare rapporti con l’altro sesso. L'80 per cento chiede rapporti non protetti (quasi il 45 per cento viene soddisfatto dalla richiesta) quindi il rischio di contrarre malattie è molto elevato anche perchè il 12 per cento delle prostitute è sieropositivo. Nei Paesi Esteri Nella maggior parte dei paesi dove la prostituzione è criminalizzata, chi si prostituisce viene arrestato e perseguitato più dei clienti In particolare nei paesi musulmani, la prostituzione è sanzionata con la "pena di morte"; mentre in altri sono illegali l'adescamento e lo sfruttamento. In altri ancora è completamente legalizzata, ad esempio nei Paesi Bassi i bordelli possono farsi pubblicità ed agire in regime di concorrenza offrendo più qualità e servizi. In altri invece è illegale comprare servizi sessuali, ma è legale vendere servizi sessuali. Nei paesi del terzo mondo spesso quest’attività costituisce la sola via d'uscita da una condizione di miseria. In Europa In Belgio la prostituzione è legale dal 1945, ma viene perseguita qualora turbi l’ordine pubblico. Le case chiuse sono vietate come anche lo sfruttamento e il favoreggiamento. Le prostitute e i clienti non sono perseguibili per legge. Nella maggior parte dei casi, la prostituzione viene esercitata in club, bar a luci rosse, case private e vetrine sulla strada. Qui le prostitute vengono registrate dagli uffici del fisco in qualità di lavoratrici autonome, possono godere di assistenza sociale e pagano le tasse. In Bulgaria la prostituzione in se è legale, ma la maggior parte delle attività collegate sono fuorilegge. In Danimarca la prostituzione è legale ma non è regolata, è prevalentemente svolta nei cosiddetti “saloni per massaggi”. In Francia vige una legge del 1946 che rese illegali le case di tolleranza e lo sfruttamento, ma non la prostituzione, considerata, da una legge del 2003, “attività che viola la tranquillità e l'ordine pubblico”. I clienti sono puniti con due mesi di prigione e 3.750 euro di multa. In Germania la prostituzione è riconosciuta come un vero e proprio lavoro. Le case chiuse legalizzate. Le lavoratrici del sesso godono di garanzie assicurative in materia di malattia, disoccupazione e pensione. L’orario è regolamentato (5 giorni a settimana), come le ferie (un mese l’anno) e nessun obbligo di prestazioni sessuali non volute. Il favoreggiamento è stato depenalizzato mentre è punito lo sfruttamento. In Gran Bretagna la prostituzione non è illegale tranne le attività di adescamento e sfruttamento. Le case di appuntamento sono illegali. Per problemi relativi ai controlli sanitari, si calcola che il 95% delle 80mila prostitute sia tossicodipendente, si sta valutando l’ipotesi di creare quartieri a luci rosse o la riapertura delle case chiuse. In Grecia la prostituzione è legale, per svolgere l’attività, occorre obbligatoriamente iscriversi in appositi registri statali. L’autorizzazione viene concessa da strutture sanitarie. L’esercizio è consentito nelle strade e in alcune aree cittadine. In Irlanda la prostituzione è considerata un reato, non esistono case chiuse e la legge prevede multe o arresto sia per le prostitute che per i clienti. In Norvegia è illegale comprare servizi sessuali, ma è legale vendere servizi sessuali. In Olanda la prostituzione è legale fin dal 1815. E’ considerata una normale professione. Si può lavorare anche all’aperto in determinate zone. Le prostitute in regola pagano le tasse sulle loro entrate, hanno periodici controlli medici. Si prostituiscono in appartamenti ed esistono interi quartieri a luci rosse. Ad Amsterdam è celebre il quartiere con le donne in vetrina. In Spagna la prostituzione è tollerata. L’attuale codice penale punisce solo l’adescamento. La legalizzazione delle case chiuse e quindi l’emanazione di misure sanitarie con controlli frequenti ha ridotto al minimo la prostituzione per strada. Si stima che in tutto il Paese le prostitute si aggirino intorno alle 500mila. In Svezia dal 1999 è entrata in vigore una legge volta a proteggere la donna. Sono previste pene severe per lo sfruttamento della prostituzione e per chi affitta camere e locali usati per la prostituzione. In Svizzera la prostituzione è legale dal 1942. Può esercitare la professione chi ha raggiunto la maggiore età (16 anni) e chi possiede un regolare permesso di soggiorno. Viene punito invece chi promuove la prostituzione e lo sfruttamento di atti sessuali. Nel mondo In alcuni stati dell’Australia qualsiasi persona di età superiore ai 18 anni può offrire prestazioni sessuali in cambio di denaro. Una persona che desideri svolgere l'attività di prostituta può richiedere una regolare licenza di esercizio. In Brasile la prostituzione in proprio è legale, ma guadagnare dalla prostituzione altrui è illegale. In Canada, la prostituzione in sé è legale, ma anche in questo caso la maggior parte delle attività collaterali non lo sono. Non è legale ad esempio vivere esclusivamente di prostituzione senza essere di alcuna utilità alla società ed è illegale inoltre (per ambo le parti) negoziare in un luogo pubblico, (incluso nei bar). La Corte Suprema Canadese ha stabilito nel 1978 che, per essere condannati per adescamento, l'atto deve essere “pressante e persistente”. In Giappone il sesso a pagamento non è illegale ma ci sono dei limiti: la prostituzione vaginale, ad esempio, è vietata dalla legge, mentre il sesso orale a pagamento è permesso. Colei che lo compie non è considerata affatto una prostituta. L’attività si svolge in appositi saloni del sesso chiamati “love hotel”. Si calcola che oltre un milione di ragazze svolgano regolarmente l’attività. I giapponesi considerano il sesso a pagamento un’esperienza collettiva da vivere in particolar modo con i colleghi di lavoro. In Nuova Zelanda è in vigore una legge del tutto simile a quella olandese. Negli Stati Uniti il sesso a pagamento è illegale. Le misure di repressione cambiano da Stato a Stato con esclusione del Nevada dove l’esercizio è consentito unicamente in determinate strutture. In Thailandia la prostituzione è illegale e fortemente repressa al fine di scongiurare il turismo sessuale e lo sfruttamento dei minori. In Turchia la prostituzione di strada è legale, così come la prostituzione nei bordelli regolati dal governo. Tutti i bordelli devono avere una licenza così come la devono avere tutte le lavoratrici. Cinema e Novecento Ampia documentazione del fenomeno è riscontrabile nella produzione cinematografica di questo secolo. Nel film "Roma" di Federico Fellini descrive minuziosamente la vita in due bordelli, uno popolare e l'altro lussuoso. Nei film "La Romana" e "Ieri, oggi e domani" sia la Lollobrigida che la Loren rappresentano figure di prostitute protagoniste. All'estero spiccano "Casco d'oro", con la Signoret e "Bella di giorno", con Catherine Deneuve, una moglie borghese insoddisfatta, che cerca di liberarsi dalle frustrazioni prostituendosi tutti i giorni dalle 2 alle 5 E poi ancora il francese "Quell'oscuro oggetto del desiderio" di Bunuel, l’inglese "Ballando con uno sconosciuto", l’americano "Whore-Puttana" e i film tedeschi di Fassbinder… E poi ancora. Commedie: Irma la dolce, Colazione da Tiffany. Film drammatici: Mamma Roma, Rocco e i suoi fratelli, Adua e le compagne, Filumena Marturano, Le notti di Cabiria, Un uomo da marciapiede, In nome del popolo italiano, Film d'amore e d'anarchia, Belli e dannati, Monster, Pretty Baby, Proposta indecente, Taxi Driver, Via da Las Vegas, Human Trafficking, La sconosciuta, "The Girlfriend Experience", Irina Palm - Il talento di una donna inglese. Film romantici: Pretty woman, Moulin Rouge!, Questa è la storia della mia vita, Belle tout jour, seguito di Bella di giorno di M. De Oliveira, La viaccia, Lola, donna di vita, Ballando con uno sconosciuto, Paprika, Mai di domenica, Cheri.

IL MESTIERE ANTICO Settecento & Ottocento

Le malattie La coda lunga del controllo del fenomeno, perennemente in bilico tra tolleranza e proibizione, investe anche il settecento. Le forti rimostranze dei gruppi religiosi spostano l’obiettivo ponendo l’accento specialmente sulla diffusione della sifilide e delle malattia veneree in genere. In molti centri cittadini le autorità ordinarono la chiusura delle case. Un'ordinanza parigina prevedeva che le prostitute venissero flagellate, rasate e bandite a vita, senza alcun processo formale. Naturalmente le misure restrittive non debellarono del tutto né la prostituzione né le malattie veneree. Anzi con l’espansione dei centri urbani collegati all’industrializzazione dell’Europa assistiamo ad un forte sviluppo e nel contempo all’inefficacia delle misure restrittive. La Prussia fu il primo paese europeo, nel 1700, ad adottare una nuova politica contro la prostituzione e le malattie: il sistema di controllo che venne varato rendeva obbligatori l'autorizzazione delle case di tolleranza, la schedatura delle loro pensionanti e i controlli sanitari. Ben presto altri paesi seguirono l'esempio. Il governo austriaco tentò di arginare il fenomeno condannando le donne tramite un pubblico processo alla pena del taglio dei capelli e di ripulire le strade dove esercitavano il mestiere, quindi da prostitute a netturbine. Gli studi di criminologia dell’ottocento definirono la prostituta come l'equivalente femminile del criminale: "Le caratteristiche fisiche e morali del delinquente appartengono allo stesso modo alla prostituta e c'è una grande concordanza tra le due categorie. Entrambi sono collegati a tendenze organiche ed ereditarie". Gran Bretagna La Gran Bretagna rese obbligatoria la visita medica alle prostitute che lavoravano nelle zone portuali e militari. Tale misura diede luogo ad una sorta di “sesso sicuro ed affidabile” per cui circoscrisse il fenomeno relegandolo in zone ben identificate. La nascita di questi "quartieri a luci rosse" fortificavano la concezione che le prostitute fossero un "male necessario” sempre che non varcassero certi confini e non importunassero gente rispettabile. Di pari passo fin dalla metà del 700 nacquero case di ricovero che si occupavano di riabilitare le prostitute. Questi ospizi gestiti in prevalenza da religiosi videro una grande esplosione dopo la metà dell’Ottocento. L’idea del quartiere dedicato aveva in qualche modo circoscritto la prostituzione ma non la diffusione delle malattie contagiose per cui il Parlamento approvò una serie di misure volte a forzato controllo medico. Alle forze di polizia erano concessi poteri straordinari per identificare e registrare prostitute, costrette a subire ispezioni corporali obbligatorie. Le donne che rifiutavano di sottoporsi volontariamente potevano essere arrestate, portate davanti a un magistrato e identificate come prostitute. La schedatura ad esclusivo giudizio della polizia scatenava evidenti ingiustizie sotto forma di soprusi e ricatti. Solo a fine secolo una serie di emendamenti misero fine all’ingiustizia, grazie all’attivismo di Josephine Butler leader femminista e pioniera dei diritti civili. La legge sul divorzio introdotta nel 1857 consentì ad ogni uomo di divorziare dalla propria moglie per adulterio, ma viceversa una donna poteva divorziare dal marito adultero solo se l'adulterio si associava alla crudeltà. L'anonimato della città portò ad un notevole aumento della prostituzione e delle relazioni sessuali illegittime. Il dal Censimento del 1851 evidenziò lo squilibrio demografico con un 4% in più di donne rispetto agli uomini, quindi su una popolazione di 18 milioni di abitanti, almeno 750.000 donne di cui 8.600 nella sola Londra erano schedate come prostitute. Italia Al contrario della Francia dove la prostituzione era regolata da rigide e ferree misure in Italia nessuno si preoccupava di controllare i bordelli. Solo nel 1859 Camillo Benso conte di Cavour emise un decreto che autorizzava l'apertura di "case" in Lombardia sotto controllo diretto dallo Stato. La legge venne fatta più per un favore all’alleato francese che per dovere di regolare il fenomeno in quanto Napoleone III, in occasione dell’appoggio ai piemontesi contro gli austriaci si preoccupò che la sua truppa avesse bordelli a disposizione. Tale decreto segna di fatto la nascita delle "case di tolleranza" (tollerate dallo Stato) in Italia seguito nel 1860 da una legge più in dettaglio che regolava la modalità di apertura di una casa, le imposte, il controllo igienico e le tariffe che al tempo andavano dalle 5 lire per le case di lusso alle 2 lire per le case popolari (cifre comunque alte se si pensa che la paga giornaliera di un operaio ammontava a 3 lire). La preoccupazione del legislatore fu quella di non trasformare le case in luoghi troppo attraenti ma di concepirle nell’esclusivo utilizzo di erogazione di servizi legati al sesso per cui fu vietata la vendita di cibo, bevande o l’organizzazione di feste e balli e quant’altro. Era inoltre vietata l'apertura delle medesime in prossimità di luoghi di culto, asili e scuole e, soprattutto, le persiane della casa dovevano restare sempre chiuse. Ecco il perché del nome "case chiuse". Alcuni anni dopo la legge del 1860 fu emendata e allo scopo di favorire il sesso nelle case chiuse rispetto alla prostituzione libera vennero abbassate le tariffe, ridotte fino a 1 lira (50 centesimi per i militari e 70 centesimi per i sottufficiali) per le case popolari.

IL MESTIERE ANTICO Rinascimento

Il Cinquecento Anche nel periodo rinascimentale la prostituzione sopravvive tra la proibizione e la tolleranza. Ad esempio Alfonso d'Aragona, re delle Due Sicilie, legalizzò di fatto lo sfruttamento condendo ad un suo confidente la "patente di roffiano". Era autorizzato, cioè, a tenere donne atte al meretricio in uno stabile civile, perché potessero concedersi all'ospite con pace e decoro. Il roffiano era autorizzato a tenere metà del prezzo pattuito, l'altra spettava alla donna. Nei primi anni del Cinquecento assistiamo parallelamente alla nascita di una nuova figura, la Cortigiana, che, nella scala gerarchica a piramide, si va a collocare nella parte più alta. Il fenomeno, da sempre relegato nel postribolo, invade i palazzi della nobiltà e i salotti mondani più esclusivi. Le puttane diventano di lusso e per la loro capacità di intrattenere e di conversare grazie anche alla loro cultura acquisiscono importanza e potere. Di pari passo il sesso da sfogo e materialità si evolve inglobando la sfera della sensualità fino all’ora esclusa nel rapporto commerciale. Le relazioni sessuali si inseriscono in una più ampia rete sociale e l’avvento delle amanti a corte rafforzano i legami tra persone influenti e regnanti. In Italia gli esempio di due favorite milanesi, Lucia Marliani e Cecilia Gallerani, evidenziano come il Ducato degli Sforza si sia rafforzato grazie alle due signore, le quali giocando sulla bellezza e la grazia, attizzarono i piaceri dei sensi ottenendo vantaggi in gioielli e proprietà. Venezia Anche a Venezia la prostituzione mai considerata illegale era sostanzialmente tollerata. Nella città lagunare si contavano al tempo oltre diecimila “case da meretrici”. Le istituzioni cercavano di limitare il fenomeno colpendo soprattutto i protettori e i mezzani e non le pute costrette “a mendicar il viver suo” facendo commercio con il proprio corpo. A Venezia i ruffiani erano obbligati a palesare il loro mestiere indossando abiti gialli. Le prostitute dovevano rientrare in casa alla sera dopo la terza campana pena una multa e 10 frustate. 15 frustate era la pena per avvicinare uomini nel periodo di Natale, della Pasqua e altri giorni sacri. Non potevano frequentare le osterie e potevano girare per Venezia solo di sabato. Un altro editto emesso nel XVI secolo rivelava un ulteriore preoccupazione e cioè quello che le prostitute riccamente abbigliate fossero scambiate per dame dell’alta società. Ragion per cui venne proibito alle puttane di strada di indossare oro, argento, seta e perle mentre le cortigiane di alto rango, quelle definite Honeste, potevano indossare lunghe e pompose gonne di raso. Nella Venezia del Rinascimento si distinguevano due categorie di puttane: quelle di basso rango che vivevano in casa malsane e che erano frequentate dal popolino e quelle d'alto rango che, per la loro libertà, erano invidiate dalle nobildonne, schiave di mille regole. I loro abiti erano elegantissimi, famose erano le loro chiome biondo-rossastro, il famoso rosso Tiziano. La prostituzione inoltre serviva a distogliere gli uomini dalla sodomia, pratica particolarmente diffusa nella Venezia del Cinquecento, per cui nessuno mai si sarebbe sognato di combattere l’adescamento e quindi il risveglio dei sensi maschili. L'omosessualità era così diffusa nella Venezia del Cinquecento che il patriarca Antonio Contarini, a fronte di una solenne supplica da parte delle prostitute, alle prese con la carenza di clienti, decise di condannare a morte i colpevoli di sodomia tramite l’impiccagione sulle due colonne della piazzetta di S. Marco. Secondo un censimento del 1509 si contavano 11.164 prostitute. La maggior parte abitavano nel quartiere delle Carampane e l’attività di concentrava tra Il Rio terà e il ponte delle Tette. Da sopra questo ponte le cortigiane si affacciavano con i seni scoperti per allietare i passanti. A volte si esibivano sopra i balconi, le famose “donne alla finestra” che in cerca di clienti esibivano i loro davanzali fioriti e profumati. Roma A Roma, i palazzi della curia erano pieni di questo tipo di donne e la Chiesa condannava duramente solo le “puttane libere” in quanto sfuggivano al controllo e al pagamento delle imposte. Infatti le comuni prostitute quando morivano non avevano diritto alla sepoltura cristiana e venivano inumate ai piedi del Muro Torto dove esisteva un cimitero sconsacrato che accoglieva tutti coloro che lasciavano questo mondo senza la benedizione della Chiesa. Tuttavia queste povere donne venivano perdonate ed evitavano la vergogna di una simile sepoltura se ad un certo punto della loro vita peccaminosa, si pentivano o addirittura si facevano monache. Quindi le puttane in grazia di Dio avevano la possibilità di ritirarsi in un monastero in Via delle Convertite e dedicato a Santa Maria Maddalena, la più celebre prostituta “convertita” della storia. La Chiesa anche in questa circostanza adocchiò il business e con l’ordinanza di Papa Clemente VIII si impose che tutti i beni di queste donne fossero devoluti al monastero che faceva da tramite verso le casse del Vaticano. In questi beni erano ricompresi anche le proprietà di quelle signore, la cui vita di piacere era stata scoperta solo dopo la morte. Le prostitute che invece facevano in tempo a redigere testamento erano obbligate a lasciare alle Convertite un quinto dei loro beni. Roma poteva così continuare ad ornarsi di palazzi, chiese, fontane... Splendidi monumenti eretti grazie alla generosità di nobili e papi, ma finanziati dal “mestiere più antico del mondo”... Con la crisi del Rinascimento assistiamo ad un rapido decadimento del fenomeno dovuto in gran parte al disprezzo esercitato dall’opinione pubblica motivato sia dall’aumento dei casi di sifilide e malattie infettive a contatto sessuale sia che i luoghi dove si esercitava tale attività divenivano sempre più ricettacoli di risse ed omicidi in forte aumento. Da considerare che tale ostracismo e l’intervento dell'autorità e del clero diede una forte impennata ai prezzi e quindi relegando il fenomeno ad una attività di nicchia. Siamo nel periodo della controriforma, quando furono chiusi i bordelli municipali e le ètuves e la Chiesa diede inizio alla "ghettizzazione" delle prostitute identificandole con segni distintivi come poteva essere per esempio il fiocco rosso.

IL MESTIERE ANTICO MedioEvo

Nel MedioEvo la morale cristiana trova sempre più spazio nella vita quotidiana, ma la prostituzione anziché scomparire si evolve prendendo nuove caratteristiche. In questo lungo periodo di storia assistiamo a varie fasi dove il fenomeno viene più o meno tollerato, ma mai legittimato o debellato del tutto. Il sesso acquista sempre più le caratteristiche di merce assorbendo le logiche di mercato. Vi era quindi una sorta di compromesso fra valori morali e norme giuridiche ricorrendo al criterio della “necessità” che consentiva l’integrazione della prostituzione nel sistema sociale. Carlo Magno e il '600 Ad esempio con Carlo Magno assistiamo ad un forte inasprimento delle leggi contro il sesso a pagamento. L'imperatore, constatando che molti ginecei dei centri feudali erano ricettacoli di prostitute e la stessa reggia di Aquisgrana ne fosse infestata, emanò nell'809 il capitolare "De disciplina palazii aquisgraniensis". Secondo il quale le prostitute dovevano percorrere per oltre un mese la campagna, nude fino alla cinta oppure condotte nella pubblica piazza e fustigate. I Carolingi aggravarono via via le pene passando al taglio delle orecchie, al marchio col ferro rovente, all'immersione nell'acqua gelida. Il `600 con la creazione di quartieri-ghetto all'interno dei quali era permessa l'attività, relegò la prostituta nella categoria dei soggetti devianti. La donna che si prostituiva, impura moralmente, doveva essere tenuta lontana dal consorzio civile e soprattutto separata dalla comunità delle altre donne. Presso le popolazioni barbariche invece la prostituzione era meno diffusa, ma tuttavia esisteva la pena di morte per chiunque avesse accolto nella propria abitazione le meretrici. Con l’avvento delle città il sesso entra nel mondo del mercato del lavoro e ne prende le caratteristiche di consumo e commercio come qualsiasi altra merce. Assistiamo allo sviluppo degli amori venali, i quali seguivano gli spostamenti, di città in città, di fiere, mercati e pellegrinaggi. La Chiesa La Chiesa, in linea con il fenomeno in grande espansione, tentò di convertire le prostitute promovendo la castità, ma non arrivò mai a condannare del tutto la pratica in quanto tale. Considerava i rapporti sessuali con le donne di piacere un male minore rispetto al grande peccato dell'omosessualità. Sant'Agostino, secondo il quale le prostitute erano cloache necessarie, era convinto che gli uomini tutti avrebbero comunque continuato a cercare rapporti sessuali al di fuori del matrimonio anche se la prostituzione fosse scomparsa. Anzi la scomparsa totale avrebbe di fatto provocato forme più estreme di perversione. I Bordelli Enrico II a Londra nel XII secolo e Filippo Augusto in Francia nel XIII rimpinguano le casse dello Stato con i proventi delle imposte sulla prostituzione legalizzando di fatto i postriboli. E in tale logica i lupanari frequentati da una sola prostituta si trasformano in veri e propri bordelli chiamati "Maison de la ville" e alle volte controllati direttamente dall'autorità. Tale controllo statale consentiva di scongiurare la proliferazione di bordelli gestiti da privati che immancabilmente diventavano veri e propri covi di malviventi e di epidemie di peste. Inoltre il controllo statale regolava l’attività nelle vigilie e nelle feste religiose nonché la costruzione di nuovi postriboli che non potevano avvenire nelle vicinanze delle chiese o strade frequentate dai ricchi. Oltre al Postribolum a controllo pubblico erano presenti altri luoghi in cui le ragazze si prostituivano, seppur illegalmente. Ad esempio le "ètuves", una sorta di bagni pubblici dove si recavano gli uomini più noti, e i "Bordelages", case private frequentate da moltissime ragazze, le quali si procuravano i clienti dalla strada. Le ragazze provenienti da famiglie disagiate andavano da un’età inferiore ai venti anni per le ètuves e di 28 per i postribolum. Tutte quante dovevano essere iscritte in uno speciale albo pubblico e si impegnavano a pagare un lieve affitto alla comunità. L’adescamento avveniva perlopiù per strada, fuori dalle chiese, nei mercati, ed al contrario della civiltà romana le prostitute non erano considerate un rifiuto della società, tanto che raggiunta l'età di trent'anni potevano ritirarsi a vita privata dedicandosi o a una vita conventuale o al matrimonio. La clientela Si calcola che quasi la totalità degli uomini avesse avuto almeno per una volta un rapporto di sesso con una prostituta. Inoltre anche gli ecclesiastici costituivano il 20% della clientela. Il bordello dunque oltre a rispondere a logiche di mercato ed economiche, poiché contribuiva ad alimentare le casse della amministrazione, aveva la funzione di regolatore morale che da un lato teneva lontano i giovani dal commettere reati più gravi facendone sfogare le proprie tensioni emotive e dall’altro consisteva nella difesa dell'ordine collettivo controllando l'adulterio, punito se commesso con donne di rango. Tasse ed obblighi A Roma, come era avvenuto tempo prima per la costruzione delle Terme di Caracalla e successivamente per il selciato di Piazza del Popolo anche la Basilica di San Pietro fu finanziata da una imposta sulla prostituzione che fruttò una somma quattro volte superiore a quella ricavata dalla vendita di indulgenze. Le prostitute erano chiamate in gergo ufficiale Donne Curiali perché dipendevano direttamente dalla Curia che rilasciava regolare licenza di esercizio, assegnava determinati posti dove potevano svolgere la loro attività, imponeva la tassa sul “mestiere” e le costringeva tutti i sabato pomeriggio a recarsi nella chiesa di S. Agostino per ascoltare la predica al fine di ricondurle alla retta via. Abbigliamento e Bellezza L'abbigliamento di una prostituta di ceto medio/basso, era costituito dai normali mutandoni e sottovesti del tutto simili a quelle delle persone comuni. Solo nei quartieri adibiti alla prostituzione le ragazze potevano vestirsi anche con le sole mutande del tempo oppure, nei limiti del decoro, mostrare la propria mercanzia all’aperto. A Napoli erano costrette a portare gonne sopra al ginocchio, per distinguersi dalle donne oneste mentre in Francia dovevano portare un laccetto rosso tra i capelli, lungo circa un braccio e mezzo. A Bologna potevano andare in giro solo nei giorni di mercato indossando un cappuccio con un sonaglio. Al contrario dei romani che adoravano le donne grasse, nel medioevo si riteneva bella una donna con grossa corporatura ma non grassa. Di sicuro erano out le donne gracili e magre secondo lo standard che la magrezza era sinonimo di carestia e malattie. Il seno doveva essere abbondante e la scollatura portata al limite della provocazione. La carnagione doveva essere più chiara possibile, tanto da far vedere le vene blu in trasparenza. Di contro il colore scuro della pelle abbronzata era proprio di chi stava al sole e svolgeva lavori umili. Al tempo tutta la popolazione era solita lavarsi una volta l’anno per via dell’assenza o dell’inquinamento dell’acqua. Per cui, pur facendo molto uso di acqua di colonia e profumi vari, il problema principale del tempo era sicuramente il fetore. Anche i trucchi, usati abbondantemente nell'epoca romana, vennero abbandonati. La donna, doveva essere più al naturale possibile e il viso chiarissimo con esclusione delle gote e del rossetto. Non tutte le prostitute chiaramente corrispondevano a questi canoni visto che le condizioni sociali le relegava in uno stato di fame perenne e naturalmente l’abbigliamento, mezzo di attrazione, era generalmente volgare e vistoso. In Sicilia Nella Sicilia del 1200 le meretrici avevano l’obbligo di risiedere fuori le mura della città e vietava la vicinanza di meretrici alla gente onesta. Nel 1300 a Palermo le meretrici dovevano abitare lontano dai quartieri dove viveva la “gente onesta”. Stesso atteggiamento a Siracusa dove viene approfondito il concetto della contaminazione e quindi del pericolo di corruzione dovuto alla vicinanza con donne oneste. Sempre nell’ottica del controllo del “male necessario” nel 1400 a Siracusa fu decisa la costruzione di un postribolo pubblico ratificato in seduta solenne dal parlamento siracusano. Si tenga conto che Siracusa al tempo era un fiorente porto di commercio internazionale per cui il fenomeno era molto sentito dalla popolazione. Giornalmente vi approdavano navi cariche di schiavi che incrementavano la prostituzione, esercitata oltre che nei luoghi autorizzati, anche clandestinamente nelle taverne. Comunque, la prima casa autorizzata dalla legge e di fatto costruita, aprì i battenti a Messina nel 1432 durante il regno di Alfonso d'Aragona. Nell’editto era scritto a chiare lettere che "Le femmine non hanno diritto a preferenza in fra questo e quell'ospite. Tutti quelli che si presentano devono essere ricevuti e accontentati eccezion fatta per i leprosi, i briachi fuori di senno e coloro che mostrassero pustole e piaghe ripugnanti all'eccesso". Per ragioni sempre legate al controllo dell’ordine pubblico si divisero le prostitute in diverse categorie: la donna innamorata, una specie di cortigiana del tempo, la concubina che frequentava uomini di elevato ceto sociale, la cantunera, cioè colei che si prostituiva per le strade, la “donna di partito” che esercitava nei luoghi autorizzati dalla legge, la “schiava”, costretta con la violenza a prostituirsi.

IL MESTIERE ANTICO Roma

Amata e ripudiata, sfruttata e resa immortale nei versi dei poeti, chiamata lupa e puttana, troia e quadrante, la prostituta nell'antica Roma ha avuto un ruolo sociale di primo piano. L'atteggiamento dei romani nei loro confronti era controverso, intessuto di paradossi e apparenze. Relegata nei bassifondi, invitata alle terme o agli spettacoli, nonché concubina madre dei propri figli con la benevolenza delle signore mogli che così facendo evitavano i rischi del parto, molto elevati al tempo. I Lupanari In genere le prostitute romane esercitavano il loro mestiere nel bordello, chiamato lupanarium, ossia «tana della lupa». I lupanari, interdetti moralmente ai patrizi, erano vere e proprie case di appuntamento costituiti da una semplice camera nel retro di una locanda. Erano frequentati generalmente dal popolo minuto. Sulla porta della stanza era riportato il nome della donna e il prezzo della prestazione, un cartello di occupato serviva a comunicare al cliente successivo di aspettare il proprio turno. Sulle pareti interne vi erano dipinti e scritte erotiche che solleticavano gli appetiti dei clienti e servivano come catalogo delle varie prestazioni. L'ambiente era spesso sporco e affumicato dal fumo delle lanterne. Vi si poteva accedere direttamente dalla strada oppure, tramite una scala esterna quando erano situate al primo piano di un'insula,. Talvolta solo una tenda separava la stanza dalla strada e le prostitute esibivano la loro merce nella penombra della stanza vestite in trasparenza o addirittura nude. La maggior parte dei bordelli erano vere e proprie aziende, gestite direttamente da un padrone con due tre schiave alle proprie dipendenze oppure indirettamente ricavando un reddito con l'affitto del locale a donne libere. Le zone di Roma dove erano più diffusi i lupanari erano la Suburra e i luoghi circostanti il Circo Massimo. Potevano aprire solo nel tardo pomeriggio, questo per permettere ai giovani di frequentare almeno al mattino luoghi più salutari e per non danneggiare l'economia distraendo il cittadino dalle consuete attività produttive. Per ovviare alle restrizioni di orario, oltre ai postriboli dichiarati, c’erano sempre gli alberghi, i forni, le rosticcerie e soprattutto le taverne, le quali non avevano limiti di tempo e dove, oltre a fare sesso, si poteva bere vino e giocare d’azzardo. Le passeggiatrici Oltre ai lupanari, alle taverne e alla botteghe in genere, la prostituzione si esercitava ovviamente anche in strada. Roma si poteva avvalere di una fitta viabilità, dovuta alla costruzione di migliaia di chilometri di strade, segno inestimabile della sua civiltà, grazie alle quali poté creare una rete commerciale fittissima in tutto il suo impero. Proprio per tale motivo sia di giorno, tra mendicanti e venditori, e di notte, tra carri di trasporto e poveri funerali, le vie della città erano frequentatissime da delinquenti e prostitute. Le passeggiatrici, dette genericamente ambulatrices, si dividevano in fornicatrices, se lavoravano sotto i ponti o falene notturne, bustuariae se si aggiravano nei pressi dei cimiteri. Per farsi riconoscere indossavano la toga, veste maschile che lasciava scoperte le ginocchia, inoltre per lo stesso motivo si tingevano i capelli di rosso oppure portavano una parrucca rossa. L’ultimo gradino di questa scala sociale era occupato dalle diobolariae, le infime, quelle da due soldi che esercitavano il loro mestiere nei quartieri accomunati dal forte degrado e dalla miseria più assoluta. VELABRUM: quartiere a sud del foro CIRCO MAXIMUS: centro della prostituzione cortigiana SUBURA: centro della prostituzione più misera TRANSTIBERIM: quartiere più malfamato sulla riva destra del Tevere VIA APPIA: si trovano le più disprezzate "lupae" romane per gli schiavi In alcuni casi gli abitanti, per tirare avanti, facevano battere il marciapiede a mogli ed a figlie. Il grande commediografo Plauto le definì “donne affamate dal profumo volgare e appiccicaticcio, prive del minimo fascino, adatte a servi coperti di farina”. La prestazione sessuale avveniva in luoghi di fortuna sporchi e malsani, squallide alcove maleodoranti e comprendeva ogni tipo di pratica. Patrizi Le meretrici non erano solo schiave o appartenenti ai ceti più miseri, ma, per quel gusto della trasgressione, non era raro trovarsi a letto con una donna d'alto rango, che ovviamente si presentava sotto falso nome e tutto questo sotto la benedizione di due divinità molto famose all’epoca: Venere Ericìna, una divinità importata dalla Sicilia, venerata da sacerdotesse che praticavano la prostituzione come un rito religioso; e Prìapo, un dio dell'Asia minore, raffigurato con un membro virile non indifferente. Non mancavano quindi i lupanari per ricchi, lussuosi postriboli privati, ospitati in abitazioni patrizie, gestiti dalle stesse matrone e ben frequentati dall'alta società. Queste case di piacere per nulla abusive erano frequentate da donne disponibili e bellissime. Spesso si potevano trovare vergini prelibate e donne sposate trascurate dai propri mariti facoltosi, nonché figlie di buona famiglia che esercitavano il mestiere per comprarsi vestiti o l’ultimo profumo proveniente dall’Oriente.. Nell’età imperiale assistiamo ad una crescita a dismisura di queste case che in prevalenza colpivano l’orgoglio dei mariti di fatto cornuti. Non a caso si diffuse al tempo la pratica della lettera anonima con la quale un patrizio veniva ricattato/avvertito dell’attività della propria moglie intenta a sollazzarsi in tale casa o tale bordello. Tra questo tipo di bordelli famoso era quello sul Palatino di proprietà dell’imperatore Caligola, dove esercitavano donne di classe e fanciulli liberi le cui prestazioni venivano pubblicizzate al foro da un dipendente imperiale che invitava giovani e vecchi a soddisfare le loro voglie. Questi postriboli erano naturalmente frequentati anche da prostitute libere che conducevano un alto tenore di vita. Abitavano in lussuose ville sull’Aventino e di solito venivano mantenute dai romani ricchi o da stranieri che possedevano denaro sufficiente ad “affittarle” per un giorno, un mese o addirittura un anno. Messalina Proprio nella zona del Palatino, vicino al palazzo imperiale, la moglie dell'imperatore Claudio, Messalina, aveva il suo bordello riservato dove a buon prezzo si prostituiva con lo pseudonimo di Licisca. Ogni notte, non appena il marito si addormentava, la donna si avvolgeva in un lungo e pesante mantello scuro, nascondeva i bei capelli neri sotto una parrucca bionda, e si recava nel solito lupanare dove si concedeva ai clienti “tutta nuda con i capezzoli tinti d’oro e mostrando il ventre che aveva partorito il generoso Britannico”. La meretrice imperiale soddisfaceva ogni tipo di richiesta dei vogliosi avventori e come una qualsiasi prostituta chiedeva in cambio il compenso come da tariffa. Giovenale usa parole molto esplicite e riferisce che Messalina era sempre l’ultima a lasciare la stanza “ancora ardente di libidine, stanca di maschi, ma non saziata” e infine, a malincuore, rientrava a Palazzo con le guance annerite dalla fuliggine delle lampade e portando “il fetore del postribolo nel talamo imperiale”. C’era inoltre un mercato di donne, vale a dire le etere, le emancipate, le danzatrici, le arpiste e musicanti che allietavano anche sessualmente le giornate dei patrizi ma ricevevano compensi in base alla loro arte di intrattenimento e non alla prestazione. La Legge Gli imperatori Tiberio, Domiziano e Adriano tentarono di controllare il fenomeno, ma nessuno si sognò mai di proibirlo. In effetti la prostituzione era considerata un fatto normale e naturale e non era considerata moralmente negativa. L’esercizio veniva regolato da una serie di leggi le cui norme obbligavano le prostitute ad aprire i lupanari in zone urbane ben individuate, ad abbandonare il proprio nome d’origine ed usare uno nome fittizio, a rispettare l’orario di apertura, ad iscriversi nel registro degli edili, ad indossare la toga, cioè il vestito maschile per essere riconosciute, e a rinunciare alle bende che le matrone oneste mettevano sui capelli. Ultimo e non ultimo, le prostitute nubili inserite nel registro non potevano contrarre matrimonio. Gli ufficiali dell’esercito addetti al controllo di questo smercio si limitavano a tutelare la distinzione di status tra prostitute e donne rispettabili e a riscuotere per lo stato tasse e canoni d'affitto delle proprietà pubbliche. I proventi di queste attività servivano a finanziare grandi opere edilizie. Il registro degli edili era un vero e proprio albo d’oro delle professioni che annoverava non solo le professioniste del sesso ma anche patrizie romane. Queste ultime ricorrevano a questo escamotage per raggirare l’incriminazione per il reato di adulterio nel quale inciampavano facilmente. Le prostitute infatti non potendosi sposare non incorrevano in questo reato. Da tenere conto che l'adulterio era considerato reato se commesso dalla donna. Era addirittura prevista la pena di morte se il pater familias lo riteneva necessario. L'amante della moglie colto in flagrante era alla mercè del marito tradito. Quest’ultimo poteva vendicarsi sodomizzando il malcapitato con il rafano, radice assai piccante, oppure con il mugile, pesce assai noto per la sua voracità; oppure direttamente o con l’aiuto dei suoi schiavi costringendolo a subire ripetutamente pratiche di fellatio multiple. Le Tariffe Le puttane vere e proprie erano circa 32mila, che si svendevano per pochi spiccioli, ma in ogni caso considerando il reddito pro-capite della popolazione, si trattava comunque di una professione che offriva il miraggio di profitti elevati, come dimostrano le tariffe in uso in età imperiale: una prostituta poteva guadagnare da un quarto a 16 assi per prestazione che equivaleva ad un sesto dello stipendio giornaliero di un lavoratore maschio. Chiaramente tutto dipendeva dalla frequenza delle prestazioni. A Pompei, ad esempio, le prostitute in attività - circa un centinaio – avevano complessivamente una media di cinquecento rapporti. Lì la prostituzione era alla luce del giorno, le insegne sulle porte delle case private erano alquanto esplicite e riportavano in modo chiaro la prestazione ed il prezzo. Un boccale di circa un litro di vino costava da 1 a 2 assi di contro una prestazione sessuale costava da 1 a 5 assi. Sulla porta, un'insegna indicava: "Eutichide, di garbate maniere, è tua per 1 asso", più avanti "Felicia vuole 1 asso per farti una fellatio"; la famosa Euplia che doveva essere una superesperta dalle sembianze di una venere, ne voleva invece 5. Il fenomeno così diffuso corrispondeva alle esigenze della società romana. L’adolescente attestava il proprio ingresso nella maggiore età attraverso il primo rapporto sessuale che avveniva con una prostituta. Di pari passo l’appagamento dei piaceri fisici era una condicio sine qua non per garantire la stabilità della struttura sociale, basata soprattutto sulla virilità dell'uomo. Non ultimo si calcolava che ad esempio nell'età imperiale la popolazione femminile era di circa il 17% inferiore a quella maschile e che molti uomini, anche volendo, non avrebbero saputo con chi sposarsi o accompagnarsi e dovevano, gioco forza, frequentare le prostitute. Il vizio greco A mantenere i prezzi bassi contribuivano soprattutto le donne straniere, in gran parte schiave. Ma non bisogna dimenticare anche l'importanza della prostituzione minorile. Era del tutto normale raccogliere per strada un trovatello orfano, provvedere alla crescita e quando grandicello decidere se adatto ai campi oppure, se bello e dalle carni tenere, trattenerlo per i propri scopi più o meno ortodossi o avviarlo alla prostituzione trattenendo i proventi. Il cosiddetto “vizio greco” ossia l’amore con giovani fanciulli nell’era romana era considerato un segno di debolezza rispetto al virile rapporto con femmine di vario rango. Ma l'omosessualità non era condannata se praticata con schiavi e liberti in caso deprecabile quando un cittadino libero assumesse un ruolo passivo nei confronti di un'altro suo pari. Con l'avvento dell'impero si assistette ad un'ondata moralizzatrice fino ad arrivare nel 438 d.C. con Teodosio II, alla condanna al rogo di tutti gli omosessuali passivi, ma ben presto Giustiniano espanse la pena a tutti gli omosessuali sia attivi che passivi. Concubine Come detto un uomo sposato non era mai colpevole di adulterio, poteva oltre ad avere rapporti occasionali stabilire una vera e propria convivenza con una prostituta accogliendola nella propria casa. Le matrone non avevano difficoltà ad accettare le relazioni del marito con schiave o donne non rispettabili, anzi accettavano di buon grado le concubine in quanto facevano gravare su di esse i rischi del parto, al tempo molto elevati. Alla fine dell'epoca repubblicana la pratica dell’amore mercenario si era talmente ingigantita che il fenomeno della prostituzione era diffuso in ogni angolo della città. Tale diffusione e la mancanza di adeguate norme di igiene, favorì il propagarsi delle malattie sessuali.

IL MESTIERE ANTICO Grecia

A Cipro e Corinto come ad Atene, oltre alle sacerdotesse che praticavano la prostituzione sacra, ben presto si sviluppò nei dintorni dei templi quella a scopo commerciale. Così le antiche sacerdotesse divennero nei secoli e nelle diverse culture cortigiane, concubine, meretrici, peripatetiche, geishe, puttane... Nella Grecia antica la prostituzione era legale e moralmente accettabile. Gli antichi davano infatti per scontato che i vincitori di ogni battaglia avessero il diritto di catturare e schiavizzare il maggior numero di persone. Molte erano dunque le donne prigioniere che venivano vendute all’asta per essere poi messe a lavorare nei bordelli e catalogate a seconda dell’età, dell’aspetto, della personalità, ma anche del talento personale esse potevano diventare prostitute di diverso tipo. In generale venivano chiamate etère o pornai. Le etere erano donne colte ed eleganti, istruite e brillanti, solite a offrire la loro raffinata compagnia agli uomini anche in pubblico. Le pornai invece erano povere, schiave, orfane, meri strumenti di piacere a poco prezzo. Il compenso corrispondeva alla categoria di appartenenza e alla prestazione richiesta, ma non superava mai l’obolo richiesto dalle danzatrici o dalle suonatrici di flauto. Il prezzo era comunque elevato, pari al guadagno giornaliero di un operaio, e comprendeva, oltre ai servizi di base, un letto caldo, un bel fuoco ardente nel braciere nelle giornate più fredde dell’inverno. L’attività era regolata per decoro e decenza in case private e di tolleranza. L’adescamento avveniva all’aperto, nei luoghi commerciali, nei mercati o a ridosso dei porti, oppure nelle locande e nei bagni pubblici. Da qui le varie sottocategorie: c'erano le chamaitypaì che lavoravano all'aperto, le perepatétikes che adescavano i clienti passeggiando; le gephyrides, che lavoravano nelle vicinanze dei porti o dei bagni pubblici e infine c'erano quelle che lavoravano al chiuso negli oikìskoi (piccole case, bordelli). Come detto era un’attività tollerata, a volte lecita, le legge si preoccupava soprattutto di riscuotere le tasse dai loro guadagni, di regolare i prezzi e di proteggere la ricchezza dei cittadini in modo che i più ricchi non gareggiassero tra loro per accaparrarsi la più desiderata. Ma le ragazze potevano essere pagate anche in natura o tramite favori. La prostituzione riguardava entrambi i sessi: le donne di qualunque età e gli uomini giovani. La maggior parte erano meteche, avevano cioè un marito o un genitore straniero, altre giungevano ad Atene per proprio conto e si procuravano il necessario per il loro sostentamento offrendo l'unica cosa che apparteneva loro: il corpo. La prostituzione maschile era spesso praticata da adolescenti, come riflesso della pederastia greca. Giovani schiavi lavoravano nei bordelli di Atene, mentre un adolescente libero che vendesse i propri favori rischiava di perdere i diritti sociali e politici una volta divenuto adulto. Le sacerdotesse che si vendevano nei templi e le cortigiane d’alto bordo godevano di particolari agi e privilegi, oltre ad una posizione nella scala sociale più elevata rispetto alle comuni prostitute. Per la loro posizione erano le uniche donne veramente libere dell'Atene classica: vivevano agiatamente, potevano uscire senza proibizioni, gestire il proprio denaro e partecipare con gli uomini ai vari banchetti. A differenza delle mogli “rispettabili”, tenute nell’ignoranza, queste erano spiritose, abili nella conversazione ed anche ottime compagne e consigliere per gli uomini. Le etère erano allegre con tutti, ma non ridevano fragorosamente … non si offrivano senza essere sollecitate. Nei banchetti facevano attenzione a non ubriacarsi… E a non buttarsi sul cibo in modo indecente. Parlavano solo se necessario, a letto non si mostravano né troppo disponibili, né indifferenti. Ricevevano gli uomini in casa durante il giorno, mentre la sera erano ammesse nelle locande e circoli d’arte e letterari, proibite a mogli e figlie, dove si mangiava, beveva e si discuteva di filosofia. Spesso le etère trovavano un uomo potente che le prendeva sotto la loro protezione. E’ il caso di Aspasia, una delle cortigiane più famose. Pericle per la sua bellezza ripudiò la moglie. Da lei ebbe anche un figlio. Come secoli dopo nelle corti francesi del 1700 oltre alle moglie e alle etère i greci si deliziavano della compagnia delle concubine. Le pallakai quasi sempre povere o schiave erano introdotte clandestinamente presso le case dei ricchi. La condizione delle concubine si avvicinava a quella delle spose, un’antica legge prevedeva che l’uomo potesse uccidere il seduttore della propria concubina scelta per la procreazione di figli qualora la moglie legittima non fosse più stata in grado di dargliene. I figli erano a tutti gli effetti legittimi e venivano considerati, legalmente, alla stregua di quelli partoriti dalla sposa e godevano di tutti i diritti propri della prole. Dunque etera o concubina, tutte e due legate alla sfera amorosa, ad esse sono riservati i canti dei poeti, mai alle mogli, mai alle prostitute d’infimo ordine. Entrambe svolgono un ruolo codificato nella società: la concubina serve l'uomo nelle cure quotidiane, provvede ai suoi bisogni, l'etera si dedica al piacere, è una cortigiana esperta nelle arti erotiche ed è ammessa ai simposi, insieme alle flautiste e alle schiave. “Abbiamo le cortigiane per il piacere, le concubine per le cure quotidiane, le mogli per darci dei figli legittimi ed essere le custodi fedeli delle nostre case” - Pseudo-Demostene, “Contro Neaira”, 122 –