domenica 30 settembre 2012
Il mestiere e l’arte del cantastorie
Una vita nomade per diffondere la cultura
Le origini del cantastorie sembrano collocarsi lontano nel tempo, per una storia singolare vista dalla parte del popolo. Artista di piazza e valido affabulatore, era anche poeta, saltimbanco, clown, musicista e, a suo modo, cronista. Si muoveva da un luogo all’altro, tanto da arrivare nei paesi più sperduti dell’entroterra della nostra e di altre regioni, per portare il suo repertorio sia di storie antiche, spesso rielaborate, che di fatti e avvenimenti dell’immediato; storie che entravano a far parte della cultura della collettività. Il cantastorie, per le sue cantate, usava accompagnarsi con la chitarra o la fisarmonica e, nei tempi più remoti, con la lira. Durante il suo repertorio, davanti ad un folto pubblico, si aiutava con un cartellone che riportava, a livello figurativo, la storia descritta in scene. Con il suo semplice linguaggio riusciva a suscitare emozioni ed era considerato il portatore di una cultura accessibile a tutti; il popolo, specialmente quello analfabeta, vedeva in lui una fonte di riferimento per giungere alla conoscenza sia degli avvenimenti antichi che degli avvenimenti che accadevano in posti più lontani. Le persone accorrevano nelle piazze anche per ascoltare storie di fatti politici presentate in rime e la loro diffusione era automatica. Il cantastorie tramandava così oralmente le storie che viaggiavano di bocca in bocca e molto spesso, grazie a questo lungo viaggio, subiva delle trasformazioni tanto da allontanarsi dalla realtà per divenire leggenda. Nel suo essere artista di piazza, il cantastorie utilizzava come palcoscenico una piccola panca su cui saliva per raccontare le sue storie e far ascoltare la sua musica mentre i presenti davano le loro offerte in denaro o acquistavano dei foglietti volanti con la descrizione della storia che il cantastorie distribuiva agli interessati; per far comprendere meglio utilizzava anche cartelloni e canzonieri illustrati. Era solito animare anche le feste popolari, le feste nuziali e, nei tempi più vicini a noi, anche i battesimi e le cerimonie religiose. Il cantastorie, con la sua vena poetica, ci porta indietro nel tempo a quando i menestrelli del Medioevo e i musici ambulanti cantavano le antiche grandi gesta o importanti prodigi.
Dai trovatori del Medioevo, dalla scuola poetica siciliana e dai rapsodi greci ha saputo ereditare la centralità della sua figura nella cultura popolare, tanto da crearsi sempre uno spazio palcoscenico di rilevante importanza. Questo artista di piazza, con il suo insolito mestiere, sembra partire anche dagli Histriones romani per giungere il primo Novecento quando, dal ‘30 al ‘60, si ebbe il periodo più intenso del suo proporsi nelle piazze, nei mercati e nelle sagre creando anche un calendario canzoniere. La massima fioritura la ritroviamo nel XVII secolo quando il cantastorie fu appoggiato dalla Chiesa perché diffondesse nelle piazze e, specialmente tra il popolo analfabeta, le storie bibliche e le storie dei santi; gli stessi Gesuiti nel 1661 formarono la Congregazione dei “Cantori Ciechi” che, suonando uno strumento, cantavano vari temi religiosi con l’approvazione ecclesiastica. Le sue singolari informazioni non avevano mai carattere politico e, a partire dal XIV secolo, iniziò ad allontanarsi dalla letteratura più colta dei periodi precedenti per iniziare a diffondere storie in dialetto o cantiche tramandate o inventate da lui stesso sugli avvenimenti del momento. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il cantastorie ebbe un grande successo anche nelle sagre e nei mercati. Sembra trascorso molto tempo, ma questa magica figura è ancora viva nel ricordo dei nostri nonni.
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